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mercoledì, Ottobre 21, 2020
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Secondo quesito referendario: la tariffa dell’acqua

Il secondo quesito che verrà sottoposto a referendum abrogativo riguarda il fatto che con la legge attuale il gestore può fare profitti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del proprio capitale, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di investimento per il miglioramento del servizio.
Oggi il meccanismo tariffario determina che le tariffe devono coprire integralmente i costi di gestione del servizio: i costi di erogazione, la depurazione, gli investimenti e devono riconoscere un 7% di profitto garantito, che grava sulle spalle dei cittadini, ai soggetti gestori a prescindere da investimenti, come una rendita fissa permanente.
Con tale norma il gestore, al fine di massimizzare i profitti, carica sulla bolletta dell’acqua una percentuale di profitto garantito che corrisponde mediamente a circa al 15-20% del valore della bolletta.
Tale percentuale costituisce un margine di profitto, assolutamente scollegato da qualsiasi logica di investimento per il miglioramento qualitativo del servizio.
I cittadini dunque sono doppiamente vessati, in quanto da una parte il bene acqua è commercializzato alla stregua di qualsiasi altro bene economico e dall’altra sono obbligati, per consentire ulteriori profitti , a pagare in bolletta un surplus fisso.
Togliere la rendita fissa del 7% è l’obiettivo del SI al secondo quesito referendario
Da 15 anni, da quando cioè è iniziato e si è affermato il processo di privatizzazione del servizio idrico, le tariffe sono cresciute di più del 60%, mentre l’inflazione, sempre nello stesso periodo, è stata di poco superiore al 25%.
I cittadini di Agrigento ed di Arezzo, pagano il servizio idrico privato più del doppio della media nazionale, con erogazione di servizi insufficienti. Ad Arezzo negli ultimi 10 anni è stata slacciata l’acqua a 8 mila famiglie perché non riuscivano a pagare le bollette.
Gli investimenti dall’inizio degli anni ’90, sono letteralmente crollati, con quello che ne consegue in termini di mancata ristrutturazione delle rete idrica e delle perdite ad essa connesse.
Per far ripartire gli investimenti sarebbe necessario un Piano nazionale straordinario, slegando gli investimenti dalla bolletta e costruendo un efficace intervento di finanza pubblica a loro supporto. Una sorta di “grande opera pubblica” sostenuta dalla fiscalità generale. Solo per questa via, vigilando su sprechi e rendendo conto con trasparenza dei costi sostenuti e delle opere realizzate, si potrà riuscire ad affrontare l’annoso problema delle perdite della rete e, assieme alla ripubblicizzazione della gestione, contenere le tariffe e disincentivare i consumi.
Il paradosso che viviamo oggi è che una gestione privatistica del bene acqua (bene comune per eccellenza) e che dunque deve essere salvaguardato per le generazione future, in quanto bene prezioso e finito, per il meccanismo delle tariffe calcolate sui consumi, determina minori costi per maggiori consumi. A Firenze, dopo una campagna tenuta nelle scuole per ridurre gli sprechi dell’acqua, il risultato ottenuto ha permesso un notevole risparmio. Il risultato è stato che il gestore privato del servizio idrico ha aumentato le bollette. Ridurre i consumi diventa penalizzante per i cittadini.
Questa logica è insensata per un bene che va salvaguardato e protetto per le generazioni future, il SI ai due quesiti sull’acqua è il primo passo per una inversione di tendenza.
Francesco Masut

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