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Non c’è pace per i quattro uomini del soccorso precipitati con Falco nell’agosto 2009

Palazzo di giustizia
Palazzo di giustizia

Il gip si riserva di decidere sull’archiviazione della tragedia di Rio Gere. Potrebbero esserci risvolti nuovi sul caso di Falco. Il pubblico ministero che gestì l’inchiesta aveva optato per chiuderla asserendo che, poiché si trattava di un errore umano del pilota, che era deceduto come tutto l’equipaggio, non c’erano altre responsabilità penali da accertare. Tesi a cui si sono opposti i legali delle famiglie dei «quattro angeli», Stefano Da Forno (avvocato Guido Scudeller di Treviso), Dario De Felip (Arcangelo Dal Borgo e Giovanni Degli Angeli), Fabrizio Spaziani (Eugenio Ponti) e Marco Zago (Massimo Moretti), caduti con Falco il 22 agosto dell’anno scorso. Quel sabato, quando Falco precipitò a Rio Gere tra le pietre e l’acqua di una frana scesa da poche ore. Quella mattina la pioggia si era abbattuta violentissima su Cortina, provocando lo smottamento in una zona piena di escursionisti. La segnalazione era arrivata subito anche al Suem, perché c’era il rischio concreto che qualcuno fosse stato travolto dalla frana e bisognava andare a verificare. Come sempre, in qualsiasi condizione, l’equipaggio dell’elisoccorso era volato a controllare l’area interessata. Una prima ricognizione, poi una sosta per scaricare a terra l’infermiere Luca Pislor incaricato di aiutare alcune persone in difficoltà nella zona del parcheggio, e la decisione di tornare sopra Rio Gere per guardare meglio. Fu l’ultimo volo per Falco. Il rotore ha tranciato i cavi della media tensione, impossibili da vedere in quelle condizioni e l’elicottero è precipitato al suolo, portando con sé i volontari del Soccorso Alpino, il medico e il pilota. «Non si può seppellire le persone due volte – ha riferito Archangelo Dal Borgo il legale milanese di una delle figlie di Dario De Felip, il pilota -. Questa è un’inchiesta che doveva essere approfondita». Un po’ increduli, ma soprattutto delusi, i legali che portavano le istanze dei famigliari dell’equipaggio di Falco hanno sottolineato che «in aula non c’era nemmeno il pm, la dottoressa Martina Gasparini», che ieri stava salutando i colleghi in tribunale, pronta per il trasferimento in altra sede. «Chiediamo la prosecuzione dell’indagine – ha spiegato l’avvocato Giovanni Degli Angeli – anche per salvaguardare la personalità del pilota, che vantava oltre 3500 ore di volo. Aveva preso il brevetto in America ed era persino abilitato al volo notturno. Oltretutto assegnargli la responsabilità significa esporre la famiglia al risarcimento danni, sotto il profilo civilistico». L’indagine poi dovrà accertare «se i cavi erano visibili e se ci fossero mappe all’interno del velivolo», spiega l’avvocato Moretti. «Al momento pare che mappe elettroniche non ce ne fossero», sottolinea l’avvocato Dal Borgo «e anzi tre giorni dopo la seggiovia del Faloria ha rimesso i cavi com’erano. Rio Gere è ancora disseminato da pezzi di elicottero che la gente può tenersi per ricordo» del tragico evento. Tra i responsabili si potrebbero iscrivere, nell’ipotetico registro degli indagati, il proprietario del velivolo, l’Inaer, il Suem come appaltatore ed eventualmente i gestori degli impianti di risalita. Il soccorso alpino risulterebbe, quindi, parte lesa. «Esiste una relazione dell’Ansv, che ha accertato che le mappe elettroniche non c’erano», racconta l’avvocato Arcangelo Dal Borgo. A pagina 39 del rapporto annuale dell’Associazione nazionale sulla sicurezza del volo c’è, infatti, una relazione sul caso di Falco. Essa comincia riferendo che l’ «elicottero Augusta A 109S, impiegato presso il Suem (Servizio di urgenza ed emergenza medica) di Pieve di Cadore, veniva inviato dalla centrale operativa 118 a Misurina» poi «effettuava una prima ricognizione sulla frana verso monte, e successivamente verso valle, per circa 500 metri. L’elicottero atterrava poi sul parcheggio di Rio Gere, dove venivano prestate le cure di primo soccorso a due persone». «L’equipaggio concordava quindi con la centrale 118 di fare una seconda ricognizione, per accertarsi che non ci fosse nessuno che avesse bisogno di aiuto». «Durante tale operazione – è scritto – l’elicottero impattava con il rotore principale i cavi di media tensione di alimentazione della funivia ivi presente, precipitando nel canale della frana dove si era creato un piccolo corso d’acqua a causa delle abbondanti piogge presenti fino a qualche minuto prima sulla zona. A seguito dell’impatto decedevano i 4 membri dell’equipaggio». «L’incidente è avvenuto ai piedi del Monte Cristallo. Il punto di impatto al suolo è stato rilevato ad una quota di circa 1945 metri. In maniera pressoché verticale dal punto di impatto era presente una linea elettrica composta da tre cavi aerei installati quali vertici di un triangolo isoscele sui relativi tralicci. Risalendo il canale lungo il quale si è sviluppata la frana, il traliccio, sito a valle dell’incidente, risulta coperto alla visuale da una fitta vegetazione e distante circa 100 metri dal luogo del ritrovamento del relitto». La relazione si conclude sostenendo che «nell’ambito dell’indagine condotta dall’Ansv sono in corso approfondimenti in ordine alla normativa vigente in materia di segnalazioni di ostacoli alla navigazione aerea». Federica Fant

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