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Enrico Vaime al Miramonti per presentare il suo ultimo libro “Anche a costo di mentire”

Enrico Vaime e Jole Cisnetto
Enrico Vaime e Jole Cisnetto

«Bisogna perdonare chi si lascia andare al biografismo» ha esordito con autoironia Enrico Vaime mercoledì sera (19 agosto) all’Hotel Miramonti di Cortina d’Ampezzo nel presentare l’ultimo suo libro dal titolo “Anche a costo di mentire”. Una collana di ricordi pensati “mentre si va in macchina” come il celebre autore televisivo in Rai dal 1960, oltre che scrittore e conduttore radiofonico dal 1980 del programma Black Out, ha definito. A condurre l’incontro, inserito nel ricco programma di CortinaInConTra, c’era Jole Cisnetto, presidente dell’Associazione “Amici di Cortina”. «Facciamo parte di una generazione che non ha fatto nulla, non ha combattuto la guerra e quello che abbiamo avuto ce lo siamo trovato e non l’abbiamo conquistato – ha detto Vaime, che è nato nel 1936 a Perugia – siamo stati solo dei testimoni, peraltro attenti, dei fatti. Ci siamo inseriti da clandestini nel mondo del lavoro. E tutto questo ci ha procurato delle frustrazioni. Ma io credo che raccontare i nostri errori sia utile per trarre delle conclusioni». I ricordi di tutti i suoi anni in Rai riaffiorano, in un’esposizione sobria, senza alcun eccesso spettacolare come siamo oramai abituati a vedere sui palcoscenici con protagonisti più o meno famosi. Vaime racconta gli aneddoti con Flaiano, Zavattini, Bianciardi, Marchesi. Di quella Milano degli anni ’60, quando alle sette di sera i milanesi si affrettavano ad andare a casa per la cena di stelline in brodo. Mentre lui passeggiava insieme a Bianciardi in ciabatte «lo chiamavano il professore, perché avevano capito che era un tipo un po’ strano». In piazza Gramsci vedono un uomo disteso a terra che faceva la parte del morto per una scenografia. Allora Bianciardi, rivolgendosi a un signore di fretta (per il brodino) dice: “Forse respira ancora”. E l’altro: “frega un casso”! Insomma, questa era l’aria che tirava nella Milano che non era ancora “da bere”. Oppure quel Ferragosto del 1964 al Quartiere Montesacro di Roma dove abitava Flaiano, quando in giardino iniziano a battere a macchina e un gruppo di ragazzi piuttosto brutti e macilenti si avvicinano alla recinzione, li guardano, e poi dicono: “ah froci!!!” e Flaiano: “Credevo peggio”. Qualche leggera frecciata Vaime la riserva alla politica. «Che la politica italiana si sia sempre rivolta allo spiritismo – dice Vaime ricordando l’episodio del medium nel caso Moro –  ne abbiamo la riprova oggi. Solo che abbiamo sbagliato chiromante…». E ancora: «la situazione culturale italiana è drammatica, e nessuno può fare niente. Il dialetto nelle scuole cosa può portare in più?» Non c’è dubbio che per un professionista come Vaime, che era entrato in Rai con un concorso pubblico (poi non ne fecero più…) dove agli orali chiedevano Svevo e agli scritti Eugène Ionesco. E nell’ultimo colloquio incontrò Ungaretti, Bertolucci, Moravia e Pasolini, i criteri di oggi per arrivare in Tv devono far riflettere assai.

Enrico Vaime
Enrico Vaime

Ma questo Enrico Vaime, da signore qual è, non l’ha detto.

 

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