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Assistenza religiosa nella Ulss 1 Dolomiti: 500mila euro per 10 anni, per un servizio che non è sanitario, finanziato con denaro pubblico

Ott 19th, 2019 | By | Category: Cronaca/Politica, Riflettore, Sanità

Ospedale “San Martino” di Belluno

C’è anche lo stipendio, garantito per 10 anni con 500 mila euro, per i sacerdoti presenti negli ospedali bellunesi per prestare assistenza spirituale. Viene finanziato con denaro pubblico un servizio che non è sanitario e fornisce conforto spirituale sostanzialmente a chi è di fede cristiana cattolica.
Mentre i tagli alla sanità colpiscono i servizi essenziali, certe rendite di posizione sopravvivono e non vengono intaccate, con un impegno di investimento nel tempo che non ha uguale per altri tipi di prestazioni fornite dalle Ulss. Non solo uno stipendio pari a quello di un infermiere, ma per i sacerdoti vi sono anche ampie concessioni e agevolazioni garantite in base agli accordi stipulate con le Ulss: alloggi e uso esclusivo di locali, servizio pulizia, mensa, parcheggio, ecc. Il tutto per personale che è alle dirette dipendenze dell’autorità vescovile e si prodiga in attività religiose.
La presenza di sacerdoti negli ospedali è prevista dalla legge del 1978 che ha istituito il servizio sanitario nazionale ed è blindata dal nuovo concordato con il Vaticano del 1984; numerose regioni, fra cui il Veneto, lasciano alle Ulss la facoltà di stipulare accordi con le diocesi. Non si tratta peraltro solo di sperpero di denaro pubblico, ma anche di discriminazioni di fatto verso i non credenti e i fedeli di altre religioni che non possono usufruire di un analogo servizio.
Stupisce che ancora oggi attività di sostegno con il compito di affrontare il disagio dei malati e dei loro familiari negli ospedali siano appaltati ai religiosi, e di fatto solamente a quelli di una sola religione, la cristiana cattolica, portatrice di visioni morali che trovano sempre meno condivisione anche fra i credenti in ambito sanitario. Basti pensare ai divieti di contraccezione, di aborto, di procreazione assistita, di interventi sull’embrione per la diagnosi preimpianto, di sospensione di talune terapie alla fine della vita, ecc. Si dovrebbe piuttosto dare spazio, come suggerito da tempo dall’Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), agli operatori dei servizi sociali, ai volontari del servizio civile, a tirocinanti di facoltà universitarie e in generale a persone formate per gestire queste situazioni, in maniera laica e davvero inclusiva.
Non si vuole di certo impedire ai malati e ai loro familiari di cercare un sostegno religioso, se ciò viene da loro richiesto. Affermiamo invece che tale servizio dovrebbe essere gratuito, come lo è il servizio prestato dall’Uaar e anche da altre confessioni religiose, come ad esempio i Valdesi, in alcuni ospedali. Sostenere invece la necessità di retribuire l’assistenza cattolica significa purtroppo non fare gli interessi dei cittadini, poiché in tal modo si sprecano risorse utilizzabili per garantire prestazioni sanitarie, ivi compresa magari anche la garanzia di un sostegno spirituale fruibile da tutti, competente ed inclusivo, che non sia religiosamente caratterizzato.

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