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“La strage di Aigues Mortes”, quando morire massacrati toccava agli emigranti italiani

Feb 8th, 2010 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Pausa Caffè

Ecco la presentaziomne del libro di Enzo Barabà curata dallo stesso autore:  “Enormi pietre vengono lanciate da ogni lato, ad ogni passo si è obbligati a lasciare per terra vittime indifese che dei forsennati, con indicibile efferatezza. finiranno a randellate”. Impossibile fuggire o ripararsi dai colpi. La sola via di scampo è rappresentata da una casa, protetta da una cancellata di ferro. Viene chiesto al proprietario di aprire. Quando ci si dispone ad entrare, quest’ultimo, intimidito dalla folla, chiude improvvisamente il cancello. “Allora ci fu un vero e proprio massacro! Come bestie portate al macello, gli italiani si sdraiano sulla strada, sfiniti, aspettando la morte, lapidati, storditi, lasciando ad ogni passo uno dei loro”.
Questo è uno dei momenti del terribile 17 agosto 1893 di Aigues-Mortes, una cittadina della Francia meridionale, tra Provenza e Linguadoca. Le parole tra virgolette sono quelle del Giudice istruttore che si occupò dell’affaire. Diamo ora la parola al corrispondente di un quotidiano locale che un’ora dopo si trovava a poche centinaia di metri da lì. “Ho appena assistito ad una scena di un’efferatezza senza precedenti e indegna di un popolo civile. Verso le due e mezza del pomeriggio, in piena piazza San Luigi, un povero disgraziato è stato assalito da una banda di bruti ed è stato letteralmente massacrato. I forsennati lo hanno abbandonato solo dopo avergli ridotto il cranio in poltiglia. Questo nuovo cadavere è stato trasportato all’ospizio”. E così via fino al tardivo arrivo della truppa che metteva fine ad un eccidio che era costato la vita a una decina di operai italiani (il numero esatto non si è mai saputo) e il ferimento di un centinaio di essi, alcuni dei quali resteranno handicappati per tutta la loro esistenza.
Aigues-Mortes è all’epoca una cittadina dall’economia sonnolenta. Si risveglia solo ad agosto quando ha luogo la raccolta del del sale prodotto nella palude di Peccais. Arrivano allora centinaia e centinaia di stagionali (molti dei quali italiani) che si contendono un lavoro che in un paio di settimane può far guadagnare, come dichiara uno di loro, di che vestirsi e calzarsi decentemente per tutto l’anno. Un lavoro durissimo: “Chau aver tuat paire e maire per anar a Pecais” (Bisognerebbe aver ucciso il padre e la madre per andare a Peccais) afferma in occitano un canto operaio. Non c’è posto per tutti, qualcuno deve fare i conti con la delusione provocata della mancata assunzione. Non si tratta, però, tanto di questo. Il problema principale sta nel sistema del cottimo che la Compagnia delle Saline impone alla manodopera. Non è un caso se il congresso dell’Internazionale socialista tenutosi cinque giorni prima a Zurigo avsse rivendicato l’abolizione del cottimo che appariva come “la peggiore forma di concorrenza tra lavoratori”.
Le ricostruzioni dei fatti parlano per lo più di due campi: gli italiani, da un lato, e i francesi, dall’altro. Non è così. Le componenti sul terreno sono tre: gli abitanti della città, gli stagionali francesi e quelli italiani. Componenti, inoltre, decisamente articolate al loro interno: tra gli abitanti della città c’è chi ha pagato duramente i costi della Grande Depressione e chi invece ci ha lucrato; tra gli stagionali francesi vi sono i contadini delle vicine Cévennes e i trimard, nomadi ai margini della società e della legalità, che sbarcano il lunario come possono; tra gli italiani prevale l’aggregazione regionalista: i piemontesi, i toscani (le due maggiori componenti), i liguri, i bergamaschi e i parmigiani. La riaggregazione per nazionalità avverrà nel corso degli avvenimenti: gli italiani saranno messi tutti nello stesso sacco e colpiti con la stessa brutalità, mentre i francesi ricorreranno al concetto di nazionalità per cercare di legittimare la violenza di cui erano portatori.
I fatti cominciano il 16 agosto in una salina a 8 chilometri da Aigues-Mortes, dove scoppiano risse tra trimard e piemontesi causate da rivalità dovute al cottimo. Nulla di grave, ma qualcuno corre in città a spargere notizie totalmente false che si coniugano col desiderio di vendetta. E il giorno successivo si scatenerà la caccia all’uomo al grido di “Morte agli italiani!” di cui abbiamo narrato due episodi. Alcuni francesi (in particolare i marginalizzati, coloro che hanno perduto i valori di riferimento sociali e morali) cadranno in preda alla follia omicida, altri fomenteranno la violenza dei primi o ne saranno compiaciuti spettatori, altri ancora cercheranno di proteggere le vittime (in primo luogo il parroco che scriverà alla Tribuna: “un prete non può fare distinzione di lingua o di nazionalità”).
In Italia scoppierà immediatamente un’ondata di protesta che sarà cavalcata da Crispi e dalla parte più reazionaria della corte e che porterà alla caduta del governo di Giovanni Giolitti. Ogni parte politica, in Italia, spiega l’eccidio in modo diverso; per i nazionalisti si tratta di odio antiitaliano, per altri di guerra tra poveri, per i socialisti, invece, il vero responsabile è il sistema capitalista. In un momento in cui l’Esagono sembra ricompattarsi attorno ai valori identitari, si stenta a dare il giusto peso alle correnti populiste e xenofobe che agitano la cugina d’oltralpe (l’affaire Dreyfus è peraltro dietro l’angolo).
Soggiacente all’esasperazione nazionalista è, infatti, una sorta di psicosi dell’invasione: lo straniero spinge da tutti i lati e conquista silenziosamente l’Esagono con il rischio che prima o poi nella vecchia Gallia l’elemento francese cessi di essere prevalente. Il pericolo dell’invasione viene dalla stampa xenofoba prospettato come duplice: se la manodopera straniera “toglie il pane dalla bocca” agli operai autoctoni, essa rappresenta anche un antigene che attacca il corpo sano della nazione. Eccone alcuni esempi: “Gli italiani cominciano ad esagerare con le loro pretese. Presto ci tratteranno come un paese conquistato. Fanno concorrenza alla manodopera francese e si accaparrano i nostri soldi a vantaggio del loro paese”. Da qui – come fa Le Jour  – l’invito a proteggere gli operai francesi da “questa merce nociva, e peraltro adulterata che si chiama operaio italiano” anche perchè “l’italiano non nutre nessuno e mangia da tutti”; così La Lanterne  che sostiene la necessità di prendere provvedimenti “contro un’orda di affamati che a casa loro languiscono nella miseria”. Si agitano anche gli spauracchi dell’immoralità, della criminalità e della sicurezza dello stato: “La presenza degli stranieri in Francia costituisce un pericolo permanente, spesso questi operai sono delle spie; generalmente sono di dubbia moralità, il tasso di criminalità é elevato: del venti per mille, mentre nei nostri non è che del cinque per mille”.
Déjà vu, certo. Osservando quello che succede oggi dalle nostre parti, sembra che la xenofobia, come un fiume carsico, abbia attraversato spazio e tempo e sia venuta a sbucare in Italia. Quando la storia si ripete, diceva Marx, la tragedia diventa farsa. Non è il nostro caso, purtroppo: la tragedia resta tragedia. Le vittime si trasformano in carnefici e la storia sembra ripetersi senza che abbia insegnato nulla a nessuno.
Sappiamo bene che essa non si ripete mai tale e quale (Guicciardini si serviva della metafora delle onde del mare che sembrano identiche, ma che in realtà non lo sono); le analogie con i fatti di Rosarno sono tuttavia eloquenti: il ricompattarsi attorno alla dimensione etnica, la creazione dell’antagnonismo “noi”/“loro” (con un noi che si autocolloca dalla parte delle vittime che sono spinte a farsi giustizia da sé), l’emargianazione sociale e l’ignoranza quali brodo di cultura della violenza, le condizioni di lavoro disumane, la ricerca del capro espiatorio, l’ideologia xenofoba che piove dall’alto soffiando sul fuoco del pregiudizio e della paura.
Quanto basta per cercare di fare in modo che la storia insegni qualcosa.
Enzo Barnabà

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