
Dopo l’approvazione del Disegno di legge Delrio (“Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni”) e il via libera del Governo al disegno di legge di revisione costituzionale, quale sarà il futuro della Provincia di Belluno e come potrà concretizzarsi la specificità riconosciuta anche dall’articolo 15 dello Statuto regionale?
A questi interrogativi si è cercato di dare una risposta nel corso del seminario, organizzato dal Centro Studi Bellunese, in collaborazione con Confindustria Belluno Dolomiti, svoltosi lo scorso 7 aprile.
Il convegno in questione è stato un passaggio importante, di grande rilievo e utilità; un momento di confronto tra giuristi, politici e rappresentanti delle categorie economiche e dei sindacati, in grado di portare sul tavolo una serie di problematiche che toccano l’intero territorio della nostra Provincia e tutte le sue singole peculiarità, in modo da poter ragionare insieme sul futuro e sul
destino delle autonomie locali e territoriali.
Come ho avuto modo di sottolineare nel mio intervento, con la conversione in Legge del DDL Delrio, Belluno esce ridimensionata e mi sembra di poter dire che restano tre nodi cardine di preoccupante negatività.
Un problema fondamentale è quello relativo alla rappresentatività territoriale.
Occorre infatti che si guardi ad una prospettiva di concordia e di unitarietà delle scelte, che porti all’ inclusione dei territori nei processi gestionali. Infatti, una questione che mi preme porre in collegamento con questo tema, è la forma di elezione del Consiglio Provinciale. Andando a leggere
la complicata formula di elezione dei 10 consiglieri provinciali, mi chiedo come sia possibile istituire un Ente prevedendo di ponderare il voto che il Sindaco o il Consigliere può esprimere, sulla base di un indice che viene determinato in relazione alla popolazione complessiva della
fascia demografica del Comune di appartenenza. Da ciò scaturisce che il Consiglio Provinciale sarà, con alta probabilità, rappresentativo di Consiglieri appartenenti all’area più popolata del territorio; ci sarà invece una carente partecipazione dei piccoli comuni che, a causa di questo
complesso meccanismo, avranno poco peso.
Un altro aspetto preoccupante è la carente partecipazione “del territorio” anche nell’ambito del processo decisionale della gestione del nuovo Ente secondario.
Dalla lettura della normativa si evince come, a seguito del parere espresso dall’Assemblea dei sindaci, con i voti che rappresentano almeno un terzo dei comuni compresi nella Provincia e la maggioranza della popolazione complessivamente residente, il Consiglio approva in via
definitiva i bilanci dell’Ente.
Inoltre, sempre l’Assemblea dei sindaci può adottare o respingere lo statuto proposto dal Consiglio e le sue successive modificazioni con i voti che, allo stesso modo, rappresentino almeno un terzo dei Comuni compresi nella Provincia, nonché la maggioranza della popolazione
complessivamente residente.
Ed è così che vedo il pericolo che i territori della nostra Provincia, soprattutto quelli più decentrati e spopolati, non saranno adeguatamente rappresentati nel nuovo Consiglio provinciale, dove i Sindaci dei Comuni popolosi peseranno molto di più di quelli piccoli.
La legge contiene, infine, è una previsione che reputo totalmente errata e poco approfondita, la quale ha un bisogno tassativo di essere modificata. Presto i Sindaci avranno a che fare con le elezioni del Consiglio Provinciale, dove loro saranno elettori ed eletti; ma, mentre il Presidente del nuovo Ente della cosiddetta “area vasta” durerà in carica per quattro anni – a meno che non decada prima dal suo mandato di sindaco –, il Consiglio verrà rinnovato ogni due anni. I diversi termini di durata per la carica del Presidente e dei Consiglieri, nonché le continue potenziali interruzioni legate a dimissioni a seguito della perdita della carica comunale, si traducono in una parola sola: precarietà.
Se c’è una cosa che in questi anni mi è stata insegnata, è che non è possibile strutturare in maniera efficace ed utile il futuro di un territorio senza stabilità amministrativa. Quale futuro, dunque, possiamo mai dare alla nostra provincia in termini di programmazione e di sviluppo, se non li possiamo consolidare nella stabilità?
Questi sono gli aspetti su cui, a mio modo di vedere, occorreva prestare la necessaria attenzione, al fine di garantire parità di trattamento e di opportunità per i territori, come peraltro sancito dalla Costituzione.
Purtroppo, la questione di fiducia posta per l’approvazione “da scaletta” della riforma ha fermato sul nascere qualsiasi confronto. Emerge, dunque, un documento con enormi aspetti di inadeguatezza, sui quali senz’altro sarà opportuno ed anzi imprescindibile intervenire in modo
strutturale nei prossimi mesi, a partire dalla attesa riforma del titolo V. Ancor di più dopo il preoccupante esito della “legge Delrio” e delle sue possibili conseguenze pratiche, occorre che il territorio bellunese esprima compatto quelle capacità di buon governo che, pur nelle difficoltà, lo hanno reso una delle realtà modello di questo Paese.
Giovanni Piccoli
