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L’Europa è un’azienda di famiglia sprecata. Giorgio Bianchi a Longarone parla del grido di una generazione senza strategia

Longarone, 29/03/2026 – Si è tenuto nel pomeriggio di oggi a Longarone, l’incontro pubblico dal titolo: “Iran, Epstein e il futuro dell’Italia”. Nella sala al completo del Centro Culturale “Ferruccio Parri” sono intervenuti come relatori Franco Del Moro (editore e scrittore), Giorgio Bianchi (fotogiornalista e documentarista, da anni impegnato sul campo nel racconto dei conflitti geopolitici), Francesca Salvador, (ricercatrice e autrice). Paolo Borgognone (saggista e studioso di storia e geopolitica) Riccardo Rocchesso (fondatore del progetto editoriale “100 Giorni da Leoni”).

 

Giorgio Bianchi, fotoreporter

In un intervento che mescola cruda analisi geopolitica e riflessione sociologica, Giorgio Bianchi ritrae senza pietà l’Europa contemporanea: una “RSA a cielo aperto” gestita da eredi incapaci. Il fulcro del discorso risiede nella dicotomia tra chi possiede una strategia e chi ne è privo. Secondo l’analisi del fotoreporter che ha calcato i teatri di guerra, il mondo è diviso tra entità che progettano il proprio destino e soggetti che subiscono gli eventi, convinti erroneamente che la storia sia un susseguirsi di fatalità e non di architetture costruite a tavolino.

Bianchi traccia un parallelo doloroso tra il passato bellico dell’Europa e l’attuale dimensione “post-storica” in cui viviamo. Abbiamo dimenticato la barbarie della Guerra dei Trent’anni o le sofferenze dei nostri nonni, per i quali le castagne non erano uno sfizio autunnale, ma l’unica cena possibile.

Siamo paragonati ai “figli viziati degli imprenditori” che hanno ereditato un’azienda florida, fatta di welfare, benessere e cultura, e la stanno portando al fallimento per mancanza di visione.

E mentre noi viviamo nel benessere, la Storia ha “buttato giù la porta” in luoghi come l’Ucraina e la Siria, trasformando paesi moderni in teatri di macerie e disperazione in pochi istanti.

Demografia e politica: l’assenza di futuro

Uno dei punti più controversi – secondo Giorgio Bianchi – riguarda la gestione dell’immigrazione e il declino demografico. Il documentarista sottolinea come la strategia di molti partiti si riduca al “cacciare gli stranieri”, senza però offrire un progetto per gli autoctoni.

“Anche se cacciassimo tutti i musulmani, l’unico risultato sarebbe un innalzamento dell’età media, perché loro sono gli unici che fanno figli. Quale progetto diamo ai ventenni di oggi?”

Il suo applaudito intervento affronta anche il tema dei “soggetti imperiali” che, al contrario dell’Europa, possiedono strategie decennali. Viene citata la lista di Wesley Clark (generale statunitense ritiratosi nel 2000), che nel 2001 preannunciava l’attacco a sette paesi in cinque anni, tra cui Iraq, Siria e Libia, non per conquistarli, ma per renderli “stati falliti” e prenderne il controllo delle risorse. L’attuale situazione in Medio Oriente viene letta come il compimento di questi vecchi progetti, dove l’uso della propaganda trasforma, agli occhi dell’opinione pubblica, i nativi in “selvaggi” e gli occupanti in “civilizzatori”.

Bianchi, infine, denuncia la forza della propaganda e della pressione sociale. Molte persone, pur percependo le storture del sistema, si allineano per paura dell’esclusione sociale – un fenomeno osservato chiaramente durante la pandemia -. La conclusione è un monito: quando un soggetto con una strategia incontra uno che ne è privo, quest’ultimo è destinato a soccombere. L’Europa, priva di una rotta, sembra correre verso questo inevitabile epilogo.

(rdn)

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