
Soluzioni per la montagna per un futuro sostenibile: innovazione, adattamento, giovani e non solo
Di seguito, l’intervento del presidente della Provincia di Belluno Roberto Padrin, delegato Upi come presidente di Provincia interamente montana, alla Giornata internazionale della montagna al Dipartimento per gli Affari regionali e le Autonomie.
La montagna può salvare il mondo, con i suoi valori ecosistemici di paesaggio, ambiente, acqua, foreste, turismo sostenibile, aria pulita… A patto che il mondo salvi la montagna. Un concetto forte che abbiamo la necessità di comprendere fino in fondo non solo oggi, Giornata internazionale della montagna, ma tutti i giorni. Perché vorrei dirvi che la montagna è vette innevate, panorami da favola, boschi e pascoli, ma non è così: è chilometri da macinare per raggiungere i servizi, è strade dissestate, frane, negozi che chiudono e costo della vita che cresce. Come sa bene il ministro Calderoli, che con la nuova legge sulla montagna ha posto l’attenzione sulle criticità e rimesso le “terre alte” al centro dell’agenda politica, nella consapevolezza che serve un cambio di rotta e servono nuovi strumenti.
La montagna oggi sta vivendo una crisi autentica. Una crisi demografica senza pari, che sta riducendo in maniera consistente i presidi territoriali, che sta portando allo spopolamento delle aree più periferiche. E che si ripercuote inevitabilmente anche sulle pianure a valle, e sui grandi centri metropolitani. Perché come dice una frase attribuita a Rigoni Stern, «quando anche l’ultimo montanaro se ne sarà andato dalle Alpi, le ortiche invaderanno Piazza San Marco».
I DATI
Lo spopolamento è in atto da decenni. Ma ha subito un’accelerazione preoccupante negli ultimi anni. Parto da un dato della mia provincia, Belluno. Nel 1994, trent’anni fa, contava quasi 212mila abitanti. Nel 2004 arrivava a 209mila. Oggi si ferma a 197mila.
È una situazione che si ritrova in quasi tutto l’arco alpino italiano e anche negli Appennini. Uno studio recente mostra come dal 1951 a oggi, la popolazione dei comuni-polo del centro-sud Italia, in pianura, sia aumentata del 30,6% (da 15,8 a 20,6 milioni di abitanti); i residenti nei comuni-cintura, localizzati negli hinterland delle più grandi città, sia cresciuta del 48,9% (da 16 a circa 24 milioni); di contro, comuni periferici e ultraperiferici hanno registrato un crollo del 26,4% (da 6,7 a 5,4 milioni di abitanti). In termini più generali, lo spopolamento delle aree interne e montane è inquadrabile nella diminuzione del 19% dei residenti di tali centri dal secondo dopoguerra ai giorni nostri.
LA MONTAGNA AUTONOMA CRESCE
È un problema di montagna? No. E c’è un dato a dimostrarlo. La Val d’Aosta ha mantenuto quasi inalterati i suoi livelli demografici negli ultimi vent’anni. E Trento e Bolzano hanno visto un aumento consistente degli abitanti. L’Alto Adige contava 444mila abitanti nel 1994, oggi sfiora i 537mila (+93mila). Il Trentino arrivava a 453mila trent’anni fa, oggi sfiora i 550mila (+97mila).
Cosa significa? Che la facoltà di autogoverno, di autonomia, e di risorse da mettere a disposizione dei servizi può fare la differenza. E anzi, può rendere le zone montane non solo competitive nei confronti della pianura, ma anche fortemente attrattive. Il segretariato della Convenzione delle Alpi non più tardi di qualche anno fa, in uno studio specifico sulla demografia alpina, diceva chiaramente così: “Prendendo ad esempio la situazione italiana, è possibile vedere che nelle aree dove sono state adottate politiche specifiche, per esempio in materia di salvaguardia dell’agricoltura di montagna, il calo demografico è minore. L’autonomia fiscale rappresenta un’altra componente importante. Inoltre, un ulteriore fattore trainante può essere rappresentato dal turismo, dato che nelle aree con maggiori dotazioni infrastrutturali turistiche il calo demografico è minore”.
IL RUOLO DELLE PROVINCE
Cosa possono fare le Province? Molto, se messe nelle condizioni di operare per i territori. Specialmente le Province interamente montane, Belluno, Verbano-Cusio-Ossola e Sondrio, che hanno la montanità nel loro orizzonte quotidiano (una montanità che non è necessariamente un ostacolo, ma può diventare un valore aggiunto) e che possono essere sentinelle nella lotta al cambiamento climatico, laboratori di sostenibilità. Ma non solo le Province interamente montane, bensì tutte le altre, perché come spesso dice il nostro presidente della Repubblica, “l’ossatura del Paese sono le aree interne”.
Oggi le Province scontano dieci anni pesanti di legge Delrio. Eppure, hanno dimostrato di essere ancora enti territoriali di coordinamento, di supporto ai Comuni, di erogazione di servizi ai cittadini, nonostante il terremoto provocato dalla riforma monca della legge 56. Stanno mettendo a terra investimenti di milioni di euro per il Pnrr, stanno facendo da stazioni appaltanti per gli enti locali, e stanno contribuendo da anni al concorso alla finanza pubblica, togliendosi risorse fondamentali per trasferirle allo Stato. Sono enti fondamentali, perché hanno la dimensione ideale per essere a servizio delle comunità locali. Dimostrano di essere quel livello di governance dei territori che più di altri assomiglia all’autonomia di cui dicevamo prima. E questo vale soprattutto in montagna. Cosa serve alla montagna? Servizi, che oggi troppo spesso mancano: ed è la prima causa di spopolamento. Se riconosciamo il valore e il ruolo della montagna – che è ambiente, ma anche difficoltà del vivere quotidiano, che è aria pulita, ma anche maggiore costo della vita, che è acqua, ma anche sfruttamento idroelettrico a favore della pianura – allora dobbiamo lavorare perché possa continuare a esercitare questi valori e questi ruoli. Allora bisogna riconoscere il compito di chi vive e presidia la montagna, come sta cercando di fare la nuova legge per la montagna. Ed è doveroso garantire la vivibilità nelle terre alte, anche attraverso il mantenimento dei servizi nelle aree a fallimento di mercato. Anche assicurando misure straordinarie nella fiscalità, consentendo leggi specifiche per l’organizzazione scolastica e per la formazione delle classi, e la nascita di convitti d’area – non più legati ai singoli istituti – per azzerare le distanze fisiche e permettere un vero diritto allo studio anche ai ragazzi che abitano distanti dai centri di servizi e dai fondovalle. E poi servono misure particolari per le famiglie, per i servizi sociali, per il lavoro, per i trasporti pubblici. Che tradotto in concretezza, quella che sta nel Dna dei montanari, significa valorizzare il ruolo delle Province, conferendo funzioni, risorse e personale adeguati. Perché le Province – soprattutto in montagna – possano continuare a esercitare il loro ruolo, di centri di servizi e di case dei Comuni, senza diventare case di riposo degli enti locali.
Roberto Padrin, Presidente della Provincia di Belluno, Vice presidente Upi Veneto
