Qualche pubblica amministrazione locale espone di questi tempi bandiere di altri paesi in segno di solidarietà per le sciagure che li affliggono. E ciò è del tutto comprensibile.


Al municipio di Venezia, oltre alla bandiera dell’Ucraina è stata esposta di recente la bandiera di Israele.
Diverso il caso di Belluno, dove assieme al tricolore e altre bandiere “di rito”, è esposta la bandiera della città, che ha gli stessi colori di quella Ucraina.
Si deve osservare, a prescindere dai sentimenti che hanno determinato queste azioni, che queste esposizioni di bandiere di altri paesi derogano dalle regole del corretto cerimoniale istituzionale.
Una efficace illustrazione del cerimoniale si trova comodamente nel sito della Presidenza del Consiglio: in sostanza altre bandiere nazionali si possono esporre solo in occasione di visite ufficiali di rappresentanti di quel Paese.
Inoltre, è del tutto evidente che la licenza di esporre questa o quella bandiera per simpatie o motivazioni di solidarietà espone ad infinite criticità. Ad esempio, nel caso veneziano perché non esporre anche quella dello stato (autorità) palestinese, che è pure oggi “vittima” assieme ad Israele; come se Venezia ignorasse – serenissimamente – che gli stati in questione, secondo certi accordi internazionali, sono due. Come se qui l’amministrazione locale avesse scelto altrimenti una diversa opzione di politica estera, ma con quali atti deliberativi e di chi? Del sindaco, della giunta o del consiglio comunale?
E che dire del fatto che oggi sono censiti nel pianeta ben 60 conflitti in corso: come ce la caviamo con le omissioni?
Il coinvolgimento delle comunità locali anche sulle più gravi questioni internazionali è certamente sacrosanto, tuttavia seguire le regole non è mera mera questione formale e burocratica ed esprimere solidarietà alle vittime in forme più mature è certo auspicabile.
Marco Zanetti
