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Il ricordo del disastro del Vajont all’Istituto “Calvi” e dei cinque studenti che non fecero più ritorno

10 ottobre 1963: all’Istituto Superiore per Ragionieri “P.F. Calvi” (all’epoca non ancora ITE) mancano all’appello cinque ragazzi. Non faranno mai più ritorno a scuola e non si siederanno tra i loro compagni. Un numero esiguo, che rappresenta una piccola parte delle vittime che causerà la frana del Monte Toc.
21 ottobre 2023: un centinaio di alunni delle classi seconde di quello stesso istituto ascolta in attonito e commosso silenzio le testimonianze di chi ha vissuto direttamente e indirettamente quegli eventi.

È l’occasione per avvicinare i giovani agli avvenimenti tragici del Vajont.
Il primo a ripercorrere quel triste giorno è Dino Bridda: ancora vivo è in lui, come nei suoi compagni presenti in rappresentanza dell’Associazione “Ex allievi del Calvi”, il ricordo di quella mattina di inizio ottobre. Sono trascorsi sessanta anni da quando, assieme ai suoi compagni, ricorda di aver atteso invano Cristina, Luigia, Pierpaolo, Renzo e Giorgio. Sono i cinque amici che non rivedranno mai più e dei quali, nonostante il trascorrere del tempo, il ricordo rimane, tutt’oggi, vivo. Il loro dolore è persistente, li ha accompagnati durante la vita e, per questo, vogliono lasciare testimonianza di quanto accaduto promuovendo, come ogni anno, un concorso dedicato alla tragedia del Vajont.

L’aula magna si fa sempre più silenziosa. Ecco l’intervento di Luca Zanfron che ripercorre il vissuto del padre fotografo. Sue sono state le prime immagini concrete di quel giorno di ottobre. Grazie a lui hanno iniziato a circolare le prime fotografie della tragedia. Per la prima volta, non ci si affidava al “sentito dire” ma la realtà veniva rappresentata nella sua crudezza, senza filtri. Luca ricostruisce la fatica affrontata dal padre Bepi: l’arrivo a Longarone, il tragitto lungo le strade fangose, il lavoro tra i cadaveri, il viaggio di ritorno a Belluno verso il proprio laboratorio per sviluppare le fotografie custodite nel rullino, la consegna ai giornali. Un lavoro impegnativo, oggi incomprensibile per le nuove generazioni, abituate ad una realtà sempre più virtuale.

Ma è con il toccante ricordo di Nadia Arlant, testimone diretta della tragedia, che il silenzio si è fatto assordante. Le sue parole commosse sono state accolte dalla platea in un silenzio carico di attenzione. “Era una sera in cui il chiarore della luna non faceva presagire ciò che sarebbe accaduto”. Così inizia la donna, facendo immedesimare il pubblico nel suo racconto, quasi divenendone partecipe in prima persona. In questo caso le immagini non servono: è il racconto stesso che si trasforma in immagine. Sembra strano: in un’epoca in cui la comunicazione dei giovani sembra trovare compimento solo se passa attraverso video
rapidi e immagini a forte impatto, il racconto viene veicolato attraverso la voce spezzata dall’emozione di chi ha vissuto in prima persona quei momenti. Non servono immagini. Sono sufficienti le parole.

Ed è proprio grazie alle parole che Antonio Bortoluzzi interagisce con gli allievi, raccontando la genesi del suo ultimo romanzo “Il saldatore del Vajont”, in cui affronta il tema del ricordo. Forte è l’invito rivolto ai giovani nel vivere la scuola, non solo come il luogo in cui circolano le nozioni e il sapere, ma anche come una comunità viva di persone, compartecipi della vita altrui, dove si gettano le basi per costruire relazioni formative per la crescita dell’individuo.

Infine, chiude l’incontro Francesca Bellencin, il cui ricordo si snoda inconsapevolmente come un filo invisibile che unisce tutte le testimonianze precedenti: “C’era un operaio, mio nonno, che il 9 ottobre 1963 lavorava sulla diga. Quel giorno aveva inviato alla figlia una cartolina che ritraeva il suo luogo di lavoro. La cartolina fu recapitata tre settimane dopo, quando il nome del mittente compariva nell’elenco dei dispersi del disastro del Vajont. Poche parole: “Baci, papà.” Un padre che, nonostante il trascorrere dei decenni, sarà ricercato negli occhi e nel portamento di mille altri uomini confusi nella folla.
L’incontro si è concluso con uno spontaneo applauso da parte degli alunni, pronti a raccogliere il testimone della memoria.

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