Pagare le tasse è un dovere, darvi i diritti un optional. Un anno dopo l’introduzione del codice per le escort, il bilancio è grottesco: il Fisco allunga la mano, ma lo Stato si tura il naso e chiude la porta.
Se c’è una cosa che lo Stato italiano sa fare con una precisione chirurgica, è trovare il modo di infilare le mani nel portafoglio dei cittadini. Anche in quelli che ufficialmente non esistono, o meglio, che esistono solo quando c’è da battere cassa.
Un anno fa nasceva il codice ATECO 96.99.92. Un numero asettico, quasi poetico nella sua burocratica freddezza, pensato per permettere alle escort di uscire dal cono d’ombra della clandestinità fiscale. Risultato? Un capolavoro di ipocrisia all’italiana: visibili per le tasse, trasparenti per i diritti.
La tassa sul piacere
Secondo i dati dello sportello “L’Esperto Risponde” di Escort Advisor, il 60% delle sex worker è terrorizzato dal commercialista, non dal cliente. Vogliono pagare. Vogliono essere in regola. Vogliono la Partita IVA. Ma quando si presentano agli sportelli dell’Agenzia delle Entrate, la scena è degna di un film di Fantozzi.
Prendete Luana Absoluta, musicista, mamma e escort. Quando è andata a Brescia per aprire la sua posizione col codice 96.99.92, ha scatenato il panico. Funzionari imbarazzati, sguardi bassi, procedure ignote. È l’assurdo nostrano: lo Stato crea il codice, ma si dimentica di spiegare ai suoi dipendenti che “fare la escort” è, a tutti gli effetti, un lavoro. O almeno lo è quando c’è da calcolare l’IRPEF.
I numeri parlano chiaro, e sono numeri che dovrebbero far venire l’acquolina in bocca a qualsiasi Ministro dell’Economia. L’emersione del settore potrebbe portare nelle casse dello Stato fino a 0,8 miliardi di euro. Quasi un miliardo di euro che oggi fluttua in un limbo grigio.
Ma qui casca l’asino, o meglio, il legislatore. La Guardia di Finanza di Massa Carrara ha appena staccato una multa da 200.000 euro a una sex worker per mancata dichiarazione. Peccato che, se quella stessa lavoratrice subisce violenza o stalking, la musica cambi.
Diritti? Ne parliamo nel 2099
L’avvocato penalista Ilia Comi denuncia una realtà da brividi: molte donne non denunciano le violenze perché temono di non essere prese sul serio. Come se il fatto di vendere sesso rendesse “normale” subire un abuso.
E che dire delle lavoratrici straniere? Un cortocircuito kafkiano: posso aprire la P.IVA senza permesso di soggiorno? Se dichiaro il mio lavoro, mi tolgono i figli? Lo Stato non risponde. Lo Stato incassa, sanziona e poi torna a farsi il segno della croce davanti alle telecamere, parlando di “decoro”.
Il bilancio di un anno di ipocrisia
In teoria, la P.IVA 96.99.92 dovrebbe garantire:
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Tracciabilità e addio multe della Finanza.
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Accesso al credito (perché sì, anche le escort vorrebbero un mutuo).
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Contributi INPS (per una vecchiaia serena, lontano dai viali).
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Maternità e infortuni.
In pratica, oggi è solo un modo per dire al Fisco: “Eccomi, vieni a prendermi”. Finché il sex work non verrà riconosciuto come professione reale, con tutele reali e senza lo stigma di funzionari che arrossiscono come seminaristi, il codice ATECO resterà l’ennesima maschera di uno Stato che vuole i soldi del peccato, ma si rifiuta di stringere la mano alla peccatrice.
