Gli interventi dei nostri politici la settimana scorsa, in relazione al conflitto Usa Israele – Iran, mi hanno riportato alla memoria un vecchio manualetto, una tabellina con parole ad effetto, classico della satira degli anni Settanta. Uno strumento ideato per sbeffeggiare il linguaggio politichese, fatto di tante parole altisonanti che nascondevano a volte una celata irrilevanza. Ecco dunque il discorso altisonante costruito per l’occasione ispirato al vecchio manuale.
In un frangente in cui l’ordine globale pare scivolare verso un horror vacui di proporzioni sistemiche, la postura dell’Italia tra Washington, Tel Aviv e Teheran si erge come un baluardo di rigore metodologico. Mentre i grandi attori rincorrono una Realpolitik cinetica e muscolare, Roma sceglie la via della prudenza speculativa, agendo come amicus curiae nel grande processo della storia.
Non è un’assenza di peso, la nostra, ma una centralità in pectore. Laddove gli altri agiscono ex abrupto, noi preferiamo muoverci sub specie aeternitatis. Come ci ammoniva Edmund Burke, la società è un contratto tra i vivi, i morti e coloro che devono ancora nascere; ed è per questa posterità che il nostro governo implementa una riconsiderazione del nesso logico-strutturale, evitando la cupio dissolvi di un coinvolgimento diretto senza le dovute guarentigie ontologiche.
Il mancato invito ai tavoli che contano? Una mera questione di forma mentis. L’Italia esercita una supervisione immateriale, una sorta di auctoritas che non necessita della potestas del voto per influenzare le risultanze emerse. Se altri si affannano in vacuo, noi operiamo una sinergia dei parametri qualificanti, agendo come quel primus inter pares che, pur non sedendo a capotavola, ispira la preghiera.
D’altronde, citando il magistero di Benedetto Croce, la realtà è spirito che si realizza; e se la nostra realizzazione attuale appare latenza zero, è solo perché stiamo attendendo il momento del kairos per orchestrare una de-escalation della prassi metodologica. Non siamo irrilevanti; siamo semplicemente super partes, impegnati a globalizzare un’articolazione della stabilità che gli altri, nel loro cieco furor bellicus, non sanno ancora di desiderare.
Siamo il lievito invisibile dell’Occidente. Mentre il mondo brucia, noi restiamo fedeli al nostro genius loci: monitorare responsabilmente le macerie degli altri, affinché dalla cenere del presente si possa, un giorno, attuare una convergenza delle prospettive programmatiche.
Ad maiora, pur rimanendo qui.
(rdn)
