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Mors tua vita mea. Questuanti e vagabondi nei secoli scorsi a Treviso e Belluno * di Sante Rossetto

Mendicanti – Cristiano Banti 1870 – Museo civico Fattori Livorno

Le contee di Mel e di Cesana (attuale paese di Lentiai), durante la dominazione veneziana facevano parte, per motivi strategici e logistici (i passi sul Piave e il controllo delle vie di comunicazione con la pianura) della “Trevigiana” e anche oggi sono con Trichiana incardinati nella diocesi di Vittorio Veneto (allora era di Ceneda).

La brava e diligente studiosa di Mel, Paola Brunello, oltre una trentina di anni fa ha pubblicato il volume “Mel nel Settecento”. Al di là delle dettagliatissime notizie e informazioni che ci dà sulla popolazione, la nostra attenzione è attirata dalla presenza in quella contea, che nel 1790 contava 2640 persone (ma allora si chiamavano “anime”), di poveri, questuanti e vagabondi. Che erano una caratteristica di ogni località non soltanto della Dominante, ma dell’intera Europa come dimostrano gli studi sul fenomeno del pauperismo. I questuanti vivevano, o meglio sopravvivevano finché potevano, di carità ed erano senza fissa dimora. Ma non erano un numero esiguo. Così i provveditori alla sanità di Venezia non trascuravano il fenomeno.

Nel 1755 i magistrati veneziani avevano inviato agli uffici di sanità della Terraferma veneta un proclama (oggi diremmo una ordinanza) per evitare che questi vagabondi “ingombrino” la vita sociale oltre a disturbare nelle chiese pietendo l’elemosina e insultando i villici. Allora – ordinano i provveditori – “tutti i pitocchi, birbanti e questuanti forestieri di qualunque età e sesso, tanto esteri che sudditi” hanno otto giorni per andarsene. Chi non obbediva poteva essere messo in carcere, mandato a remare in galera, punito con tratti di corda, frustato (punizione riservata alle donne) o messo alla berlina. Ma quanti erano, secondo i dati forniti dai documenti coevi, questi “pitocchi e vagabondi”?

Nel 1780 si contano venti persone che non hanno un reddito proprio cui si aggiungono 60 questuanti. Ma dieci anni dopo i questuanti raddoppiano fino alla enorme cifra di 126. Numeri preoccupanti che rivelano l’inutilità e l’inadeguatezza dei proclami dei magistrati veneziani.

Fin qui il documento storico rientra nella “normalità” del fenomeno pauperistico. Dalle carte archivistiche, però, spunta una curiosità (almeno per la nostra mentalità e concezione moderna) che incontriamo anche in altre città. Qualche anima pia e buona non doveva mancare. Peggio per loro. Perchè i provveditori vogliono sbarazzarsi di questa “feccia” e vietano a chiunque di portare aiuto a questi miserabili. E le minacce di punizione sono severe perché il buon cuore può condurre il benefattore a tre tratti di corda (era il tradizionale strumento di tortura in cui al prigioniero si legavano le mani dietro la schiena, lo si tirava su con una carrucola e poi lo si lasciava cadere fermando la corda prima che toccasse terra provocando la slogatura delle articolazioni del poveretto) oppure le donne ad essere frustate e condotte in giro per le vie e le piazze con loro vergogna.

Il divieto di portare aiuto alle persone in difficoltà, addirittura estrema, era diffuso. Lo incontriamo, in una situazione ben più grave, nel 1576 a Treviso. Quello è l’anno di una delle più tragiche epidemie che hanno causato, come quella del 1630-32, la morte di un quarto dell’intera popolazione dello Stato veneto. In queste occasioni, che comportavano sempre anche drammatiche cerestie, villici affamati e disperati si riversavano nei centri più popolosi cercando aiuto. Nel 1576 il capoluogo trevigiano fu risparmiato dalla pestilenza. Come mai? Quando cominciarono a riversarsi a ridosso delle mura i primi affamati uno dei responsabili del governo trevigiano, Fioravante Avogaro, prese una decisione oggi inconcepibile. Chiuse le porte e nessuno potè entrare. Così condannò quelli alla possibile morte di fame, ma preservò la città dalla peste.

Nella seconda pestilenza che, invece, si abbatté su Treviso tra il 1629 e la fine del 1631 i poveri riuscirono a entrare in città. Ma, poi, il 20 agosto del 1629 (ancora non si parlava apertamente di peste) i governanti radunano i poveri in piazza San Martino e li accompagnano, volenti o nolenti, fuori città. Danno a ciascuno di loro quattro soldi di pane perché possano trascinarsi fino al Piave dove verranno traghettati e giunti sulla sponda sinistra del fiume riceveranno due lire. Poi sono nelle mani della Provvidenza. Anche a Treviso, tuttavia, può esserci qualche anima pietosa che vuole aiutare quei poveretti, che sono foresti e non della città. Neanche a pensarci. Se il benefattore viene scoperto pagherà una multa di venticinque lire, che corrispondevano ad un mese di paga di un lavorante (operaio).

Così andava nei secoli passati. Alla carità si preferiva l’assioma latino “mors tua vita mea”. E chi s’è visto c’è visto.

Sante Rossetto

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