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Fabbisogno di medici nel Veneto. Bond e Padrin: “rivediamo il numero chiuso nelle nostre Facoltà di medicina”

Dario BondLeonardo Padrin

“Rivediamo il numero chiuso nella nostre facoltà di medicina. Il rischio altrimenti è di ritrovarci con una carenza cronica di medici già nel prossimo futuro. Per questo dobbiamo aprire un tavolo di confronto con tutti i soggetti del settore, dall’Ordine dei Medici alle Università, passando ovviamente per la Regione”.  A lanciare l’appello sono Dario Bond e Leonardo Padrin, rispettivamente capogruppo del Pdl in Consiglio regionale del Veneto e presidente della V Commissione Sanità a Palazzo Ferro-Fini.  I due esponenti politici partono dal fabbisogno crescente di camici bianchi nel Veneto. “Già oggi mancano all’appello circa 1200 medici, ma questo numero è destinato ad aumentare del 5 per cento ogni anno se non si interverrà in maniera strutturale. Insomma, rischiamo seriamente di ritrovarci senza professionisti o di importarli dall’estero, magari senza la stessa preparazione dei nostri laureati”.  Il Veneto condivide queste preoccupazioni con buona parte delle altre realtà italiane: è stato calcolato che fra meno di vent’anni potranno mancare all’appello, in tutto lo Stivale, dai 60 ai 70 mila medici. “Un vero e proprio crollo verticale”, commentano Bond e Padrin, “dovuto anche a una professione percepita come difficile e ad alto tasso di rischio. Pensiamo solo alla facilità con cui un medico può essere indagato per omicidi colposi e reati contro la persona”.  Per questo il Pdl regionale è pronto a compiere due mosse: la prima consiste nel rimettere in discussione i criteri di accesso alle facoltà di medicina di Padova e Verona, la seconda introdurre delle clausole di salvaguardia per i giovani medici che compiono il percorso di specializzazione in Veneto.  “Il numero chiuso è un grosso ostacolo e spesso – con gli attuali meccanismi dei test – non garantisce la vera meritocrazia”, sottolinea il capogruppo Bond, che, dati alla mano, spera nell’apertura di un’ampia discussione: “Ogni anno le facoltà di medicina del Veneto aprono le loro porte a circa 600 studenti su 7400 iscritti in tutta Italia. Da questo dato bisogna però sottrarre il fenomeno della dispersione, che incide fino al 20 per cento”.  Padrin, dal canto suo, si concentra su altro fenomeno: quello degli studenti specializzandi che hanno ottenuto la borsa di studio dalla Regione del Veneto e che, una volta terminato il ciclo di formazione, tornano nelle loro terre d’origine. “Ogni anno la Regione investe su questi giovani milioni di euro”, spiega Padrin, “risorse che in parte vanno perse”.  Proprio per questo pochi mesi fa lo stesso Padrin aveva presentato in Commissione una proposta di legge nella quale si obbligano i medici – italiani e stranieri – che hanno ricevuto una borsa di studio dal Veneto a rimanere a lavorare negli ospedali del territorio regionale per almeno due anni dopo aver ottenuto la specializzazione. “Parliamo di una problematica attuale da affrontare subito”, dicono i due esponenti del Pdl. “Il rischio è impoverire progressivamente il patrimonio sanitario del Veneto”. Ma non solo: “La questione riguarda da vicino anche i nostri giovani”, puntualizza Bond. “Se vogliamo davvero aiutarli a crescere e a inserirli nel mondo del lavoro, dobbiamo studiare una strategia complessiva, creare opportunità concrete”.

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