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“Null’altro che scrittura”. Antonio Catronuovo su “Cento madri” dello scrittore Alfonso Lentini

“Ho letto un libro che è la netta antitesi di ciò che la civiltà massmediatica, e il suo onnipresente strumento del “mercato”, intendono per libro: un oggetto che deve raccontare in maniera semplice per poter vendere (e se scorrevolezza non c’è ecco l’editor, emendatore di stili e omologatore di fastidiose specificità). Cento madri di Alfonso Lentini (Foschi Editore, 2009) è appunto un “romanzo”, come suona la copertina, ma che cosa vi si narra? e come lo si narra? Se è romanzo, è una prova di congedo dalla antiche norme del genere, una prova in cui l’autore sembra perseguire gli stessi fini della propria attività di artista visivo: parole che si fanno materia, e che in quella materia trattengono una robusta carica espressiva.
Ora, Lentini non è nuovo all’esperienza del romanzo (Un bellunese di Patagonia, Stampa Alternativa, 2005), ma quel che di lui ci ha colpito, per la sciolta capacità di fondere saggio e narrazione, è stato il Piccolo inventario degli specchi (Stampa Alternativa, 2003), raccolta di prose brevi, tra loro cucite non dalla logica ma da quel vincolo, occultamente attivo nella mente, che è il filo analogico, l’accostamento non razionale ma evocativo.
In Cento madri – trasferendosi dal piano saggistico alla pura narrazione – Lentini dà in primo luogo una prova onesta e moderna di romanzo. Dobbiamo rammentare lo strale lanciato da Arbasino (sperimentatore infaticabile di scritture) contro i romanzoni consueti: «Fare oggi un romanzo tradizionale ha lo stesso senso che conquistare oggi l’Eritrea o fondare oggi la Fiat». Lentini non cade nella trappola delle “belle storie” che a vagoni – e sempre più stancamente e inutilmente – invadono le tracimanti librerie. Sono altri i romanzi che fanno fare strada alla narrativa, sono quelli che inclinano alla scrittura più che alla trama. Sono i romanzi come Cento madri.
Detto questo, alla luce della forma originale e del contenuto indisciplinato, sorge un sospetto: non è che questo libro sia un gioco letterario? un manufatto “oulipiano” alla Raymond Queneau? un oggetto sorto dall’imposizione di una contrainte, vale a dire di una norma restrittiva? Potrebbe ad esempio essere un lipogramma, un libro dal quale manca una determinata lettera. La storia è nota: Georges Perec scrisse nel 1969 La sparizione facendo a meno, per trecento pagine, della vocale “e”. Nota è anche la figura meschina dei primi critici, che non si accorsero di nulla e parlarono di «buona tenuta narrativa» (triste argomento dei critici che leggono male e nemmeno sanno cosa scrivere). Da allora è diventato obbligatorio – al cospetto di ogni prodotto cosiddetto sperimentale – drizzare le antenne.
Lo faccio accortamente ora. Mi attardo a controllare se manca una vocale. No: ci sono tutte. Può allora essere una struttura che gioca sul numero del titolo, il cento? Conto i capitoli, i blocchi testuali, divido e moltiplico; applico la formula della Sezione Aurea (l’unità divisa in 0,618 e 0,382) e la serie numerica di Fibonacci (2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55 eccetera). Devo farlo da quando la banda gnostica di Adelphi mi ha obbligato a cercare l’armonia nascosta delle cose, quella che non si vede ma si può calcolare. Un brivido mi coglie: sommando i numeri della serie di Fibonacci affiora a un certo punto l’86, che è il rovescio del 68, numero dei quadri di cui il libro è composto. Bisogna badare anche a questo, diavoli di eretici adelphiani. Ma è una sciocchezza e il brivido passa: non trovo combinazioni numeriche.
Devo arrendermi: sono al cospetto di un prodotto dell’immaginazione di un autore che si è lasciato possedere da una sola ragione: la scrittura, pura e semplice.
Questo è il suo gioco, che a ogni riga prevale sul contenuto.
Certo, la mia lettura è pur sempre la mia lettura, e dieci altre ne sono possibili. C’è chi ha detto che questo è un «sogno concitato privo di trama lineare», che è un «racconto giocato su elementi visionari», che «qui accade di tutto tranne che fatti», che tutto è frammentato «in un lessico vario e ricercato». C’è anche chi ha faticosamente cercato una trama sfuggente (il bambino protagonista che transita tra surreali figure materne, che collimano col cosmo sociale in cui evolvono i fatti, fino alla drammatica chiusa, che allude all’assassinio). C’è chi lo ha fatto. Io invece ne sono uscito sconfitto. Nessuna trama: solo scrittura.
Eccola, a ogni pagina, prepotente. Per capirlo è sufficiente leggere un capitolo a caso, come il 20: «Ancora faceva un altro gioco. Dei minerali che riceveva in dono dall’uomo dalla pelle d’oro conservava i frammenti più belli, quelli sparlucenti di escrescenze cristalline, ma con il resto dello zolfo officiava un suo rito segreto: quando nessuno lo sorvegliava, riscaldava il minerale sino a farlo fondere completamente e poi lasciava colare il liquido giallo in una bacinella
d’acqua, dove ancora fumante si solidificava di colpo formando bizzarre concrescenze, ricami, alberature. Tra il fumo che raschiava la gola, allora galleggiavano sull’acqua, subito agghiacciate, isole dai contorni sinuosi, foreste incantate, pance di drago, code di basilisco e, fra tutte più sulfurea, la faccia bitorzoluta di Belzebub barba di capra».
Qui qualcosa è narrato, un pezzetto dell’improbabile storia che traversa il libro: il bambino (ragazzino, principino, ma anche mostriciattolo), che subisce le cento madri, cioè la vita. Ma poi? Poi la scrittura. Giocata con uno stile assai personale («L’impronta di ciò che si è in ciò che si fa», disse dello stile René Daumal), e giocata fino a quel gesto conclusivo che sembra la contrainte cui l’opera si è attenuta e che contiene il senso dell’intero. Singolare versione del detto «nella fine c’è l’inizio», che scorrazza nella cultura tedesca perennemente turbata dalle “origini”, il capitolo 68 di Cento madri si snoda con un sapore di terra italica: «Andando imparo dove devo andare». L’autore sta imparando strada facendo: una dichiarazione ad angoli retti del proprio sperimentalismo.
Sperimentare è infatti questo: imboccare un tragitto e farsene guidare. Strada facendo impareremo dove dirigerci: sarà lo stile medesimo che stiamo sperimentando a prenderci per mano e condurci proprio là dove dobbiamo andare.
La chiusa è insomma il miglior manifesto teorico del romanzo stesso che abbiamo letto.
Un manifesto di quella quiete silenziosa di cui il libro è pervaso. Anche nella dinamica di scene fulminanti («Sinistro destro sinistro destro, con i finti guanti da boxe a graffiare l’aria sino a cascare per terra sfinito. Grrrr»), si avverte la quiete assolata del Meridione, la carne abitata dal tormento mite della rassegnazione (ma tormento, appunto: in grado di esplodere a ogni istante). Quiete reclamata dal tema della madre, anzi delle cento madri: le cento facce emaciate e rugose della terra, della genesi.
Non credo più – troppi libri ho letto, troppe smentite ho avuto – a chi afferma che la trama di un romanzo viene decisa all’origine e che il resto sgorga poi dalla penna. Sarà vero per i romanzoni trafitti dalla stroncatura di Arbasino. Non è vero per quelli che intendono cambiare le regole del gioco, e semmai anche della lingua. In questi accade il contrario: l’invenzione è appunto inventata, la struttura sovviene strada facendo («Andando imparo dove devo andare»), non è cosa data all’inizio ma sorge dalla fucina medesima della scrittura. Qui c’è un’evidente struttura a più piani che s’intersecano: non l’ha voluta l’autore, gli si è presentata mentre camminava. È la centounesima madre ad aver agito, lo spirito di un’ulteriore femminilità acquea. Gli ha suggerito come erigere un edificio moderno sulle sabbie, ma che alla fine regge assai bene, sulle solide fondamenta di una sciolta invenzione.
Resta un quesito: non sarà per caso un’autobiografia? Il gesto di chi uccide non si solleva infatti tra spade e cavalli bianchi: è uno sportello di treno che sbatte – e via. E resta lo stupore per come avrà fatto, l’autore, a scrivere così. Un libro minuscolo e ben cadenzato giunge a conclusione lasciando sul palato un solo sapore: abbiamo preso parte allo spettacolo – inquieto ma garbato – della scrittura.
C’è chi dice che è spettacolo sempre più raro. Tanto meglio. Con calma, sommessamente, ci gusteremo queste cento madri. Come non faremmo se ci fossero cento Lentini”.

Antonio Castronuovo

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