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La satira del “Cagnan” nell’ultimo libro di Sante Rossetto

Oggi la satira, scadente, si fa in televisione. Ma fino a pochissimi decenni fa la satira e l’umorismo avevano sede in un ampio repertorio di testate. Che, purtroppo, non hanno avuto molta fortuna nel Bellunese. Ma nel Trevigiano hanno incontrato un terreno favorevolissimo tra Otto e Novecento. Il foglio più celebre è stato “il Cagnan”, nome mutuato dal più importante canale che attraversa il capoluogo della Marca. Un settimanale che ha allietato per alcuni anni gli abitanti della città del Sile e anche della Marca. Un foglio che è ancora vivo nel ricordo dei trevigiani. E con una storia che meritava di essere raccontata. A rievocarne le vicende è ora il giornalista e storico Sante Rossetto che offre alla città un altro dei suoi indispensabili studi, “il Cagnan. Satira, società e costume a Treviso” edito da Cierre.   E’ l’ultimo di una lunga serie di libri dedicato alla città del Sile dal noto scrittore che, dopo i lavori sulla stampa e il giornalismo a Treviso editi dal fiorentino Olschki, dieci  anni fa regalava alla città il classico “Totila l’Immortale”, seguito dalla biografia di Gentilini in “Razza trevigiana”, quindi da “Il barbiere di Treviso” in collaborazione con Pierluigi Tamborini, per continuare con “Le stagioni perdute” sulla fine della civiltà contadina, “La rivoluzione silenziosa” sugli anni Sessanta, “Politica e cultura a Treviso” per arrivare a “Il bandito”. E adesso quest’ultimo lavoro che è ad un tempo storia del giornalismo, ma soprattutto storia cittadina vista attraverso l’occhio della satira. Una storia, cioè, alternativa che non si legge nei testi cosiddetti seri. Ma, quasi certamente, una storia più vera, meno aulica, meno paludata. Perché attraverso l’umorismo del Cagnan emergono i difetti che i documenti ufficiali non ci raccontano. Un lavoro,  quindi, indispensabile quello che ci presenta adesso Sante Rossetto. Fondatore del Cagnan, nel 1921, fu un giornalista del Gazzettino, Adolfo Pesenti. Ma dal 1925 la guida passò a Remigio Forcolin e da lui il foglio, dal peculiare color rosa, prese quelle caratteristiche che ne hanno fatto un’icona della trevigianità. Ecco, allora, le inimitabili lettere della Rosina Tiranti, una serva (creata dalla penna di Forcolin) che in dialetto racconta la vita cittadina con l’occhio del popolo. E ancora Policarpo De Tappetti, un povero impiegato che analizza i difetti del potere. E, poi, i dialoghi sempre in chiave critica popolare di Arlecchino e Pantalone. Ma il Cagnan è anche un documento culturale per la conservazione del dialetto trevigiano. Dove troviamo espressioni ormai dimenticate, termini diventati sconosciuti. Chi saprebbe oggi dire che cosa significa “Per le sante guagnele che ti venga il vermocan?” Una storia alternativa che mette sulla graticola dell’umorismo e della satira gli uomini di cultura. Personaggi inutili, che intralciano i lavori pubblici con la scusa dell’arte e della cultura. Non viene risparmiato nessuno. Viene da pensare che la vera storia non sia quella che si legge nei documenti burocratici che escono dagli uffici governativi o comunali, ma quella che ci propone il Cagnan. Un libro quello di Rossetto che ogni trevigiano, anche se non più residente nella Marca, deve leggere per imparare meglio la propria storia. E anche per prendere la vita con un po’ più di umorismo.

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