L’intervista che segue al generale Giuseppe Di Maggio, risale al maggio del 2003 e avrebbe dovuto anticipare l’uscita di un libro di memorie che l’ufficiale stava scrivendo o aveva in progetto di fare. Ma non c’è stato il tempo, perché il generale è andato avanti. Ci è rimasta questa sua testimonianza.

Nel marzo del ’42, con l’Europa in fiamme per l’incalzare della Seconda guerra mondiale, esce dall’Accademia militare di Modena con il grado di sottotenente. Nell’agosto successivo, terminato il breve corso alla Scuola di applicazione, temporaneamente trasferita a Parma a causa degli eventi bellici, è inviato in Albania, considerata una zona di operazione più tranquilla, rispetto al fronte orientale russo. Giuseppe Di Maggio, nato a Zara nel 1920, padre napoletano e mamma tedesca, generale degli Alpini in pensione dal ’77, potrebbe intrattenerci per ore con i suoi ricordi di guerra e di vita militare durata 37 anni. I soldati ed i subalterni dei reparti che ha comandato, li chiama ancor oggi “i miei Alpini” e possiamo assicurarvi che a quaranta e più anni di distanza i suoi Alpini lo ricordano con la stessa stima di allora, per il suo stile lungimirante di comando, ma inflessibile laddove le condizioni lo richiedessero.
Generale Di Maggio, cosa ricorda degli anni della guerra?
“In Albania, dove fui assegnato da sottotenente di prima nomina, ero l’unico ufficiale di carriera di tutto il battaglione. Dal grado di capitano in su, erano tutti gli ufficiali di complemento richiamati alle armi, uomini che nella vita esercitavano le più svariate professioni, maestri, commercianti, per lo più reduci della Prima guerra mondiale. Mancavano, insomma, i quadri intermedi di militari professionisti. Raggiunsi Tirana nell’agosto del ’42 a bordo di una nave militare, ed un camioncino scoperto Spa 38 ci portò quindi alla città di Peci, attraverso 300 chilometri di strade polverose. Lì avevamo il compito di contrastare e catturare i partigiani montenegrini di Tito. Io ero al comando di un plotone di quaranta uomini di età compresa tra i 24 ed i 32 anni, in gran parte semianalfabeti ed analfabeti e dunque in condizioni di inferiorità con l’ambiente in cui operavamo. E tuttavia, nella loro semplicità ed umiltà e benché tormentati tra i doveri ed i ricordi della loro famiglia, questi soldati possedevano nobili sentimenti, oggi divenuti rari. Ho conosciuto molte delle loro storie personali – racconta il generale – attraverso le lettere alla famiglia che i soldati mi incaricavano di scrivere e di leggere. Talvolta non me la sentii di riferire l’intero contenuto di quelle lettere. Come avrei potuto, ad esempio, annunciare la nascita di un figlio, ad un soldato che da 14 mesi era lontano da casa!”
C’è qualche episodio particolare che vuole raccontarci?
“Nel Febbraio del ’43 a Tropoia, un paesino al confine tra l’Albania ed il Montenegro entrammo per catturare un tenente albanese che aveva disertato per passare con i partigiani. Ci trovammo davanti al capo della comunità, un gigante di quasi due metri con una folta barba che ci scaraventò addosso due possenti cani mastini. Dovemmo abbatterli. Poi facemmo togliere il velo dal volto di tutte le donne, ma del tenente nessuna traccia”.
Cosa successe ai vostri reparti dopo l’8 settembre del ’43?
“Secondo le direttive pervenute qualche giorno prima, avremmo dovuto spostarci a Sud, verso il porto di Dulcigno, dove ci saremmo imbarcati per l’Italia. Le cose però non andarono così. A Dulcigno, dovemmo unirci alla Divisione alpina motorizzata tedesca “Principe Eugenio” e la stessa sorte toccò alla Divisione Venezia e Firenze, con le quali proseguimmo verso Sofia. Durante quei 300 chilometri raccogliemmo militari italiani sbandati, camice nere, finanzieri e carabinieri e da 800 uomini iniziali del nostro battaglione, arrivammo a Pècs (Ungheria) in duemila, dove fummo accolti bene dalla popolazione. Era l’ottobre del ’43, oramai correva voce che si tornava a casa, invece a Lienz i tedeschi ci obbligarono a cedere le armi, ricordo che avevamo in dotazione il nuovo moschetto Beretta. Una piccola parte di noi accettò di andare a lavorare per i tedeschi, tutti gli altri vennero internati, io compreso. Così rimasi prigioniero fino all’agosto del ’45.
Roberto De Nart
