In occasione del 3 maggio, il CNDDU commemora i giornalisti caduti e lancia un allarme sulle nuove forme di censura: “Il rischio oggi è l’invisibilizzazione sistemica dei diritti civili”. La proposta: osservatori permanenti nelle scuole.
Il 3 maggio non è una ricorrenza come le altre. Nella Giornata internazionale per la libertà di stampa, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) invita a una riflessione che supera la semplice celebrazione. Ricordare chi ha perso la vita per raccontare la verità non è un rito, ma un “atto di responsabilità civile” necessario per proteggere una conquista che appare sempre più fragile.
Il Pantheon della verità: dai martiri di mafia ai reporter di guerra
La storia dell’informazione in Italia è bagnata dal sangue di chi non ha accettato il silenzio. Il CNDDU richiama i nomi di pionieri come Cosimo Cristina e Mauro De Mauro, e di coloro che hanno sfidato il terrorismo e la criminalità organizzata: Carlo Casalegno, Walter Tobagi, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Mario Francese e Peppino Impastato. Uomini spesso isolati, che hanno rappresentato l’unico baluardo contro l’opacità del potere.
Il sacrificio italiano si estende oltre i confini nazionali con i nomi di Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Antonio Russo, fino ai più recenti Andrea Rocchelli e Fabio Polenghi. Una scia di sangue che si unisce ai dati drammatici dell’UNESCO: oltre 1.600 giornalisti uccisi dal 1993 a oggi nel mondo, con un tasso di impunità che resta spaventosamente alto.
La nuova censura: algoritmi e marginalizzazione
Tuttavia, il messaggio del prof. Romano Pesavento, presidente del CNDDU, si sposta su un terreno nuovo e insidioso. Se la violenza fisica resta una minaccia estrema nei regimi autoritari e nei teatri di guerra (come dimostrano i casi di Jamal Khashoggi e Shireen Abu Akleh), nelle democrazie occidentali si sta facendo strada una “censura silenziosa”.
“Il rischio più profondo oggi non è solo la censura esplicita, ma una forma di invisibilizzazione sistemica”, spiega il comunicato. I diritti delle minoranze, dei migranti, delle donne e le disuguaglianze sociali faticano a trovare spazio nell’informazione mainstream. Il motivo? Una selezione delle notizie basata su criteri economici e logiche algoritmiche che privilegiano ciò che è polarizzante o monetizzabile, a discapito di ciò che è civile e rilevante.
In questo ecosistema digitale, la libertà di stampa non deve essere intesa solo come assenza di bavagli, ma come “accesso equo e significativo alla sfera pubblica”. Se un tema non produce click, scompare dal dibattito, diventando di fatto inesistente per l’opinione pubblica.
La scuola come presidio di contro-narrazione
Per contrastare questa deriva, il CNDDU non si limita all’analisi, ma avanza una proposta concreta per le istituzioni scolastiche: l’istituzione di Osservatori permanenti sull’informazione e i diritti umani.
L’obiettivo non è solo formare lettori critici, ma creare comunità capaci di monitorare l’assenza dei temi civili nei media e di produrre “contro-narrazioni” basate sul rigore e sulla verifica. L’idea di fondo è che la democrazia non si misuri solo da ciò che può essere detto, ma da ciò che viene effettivamente ascoltato.
In un mondo che tende a rimuovere la complessità in favore del profitto, la sfida lanciata dai docenti è chiara: trasformare la memoria dei giornalisti uccisi in una leva per cambiare il presente, restituendo visibilità a chi non ha voce. Perché la libertà di stampa, oggi, passa soprattutto dalla lotta contro l’indifferenza.
