il glorioso ex Ospedale Psichiatrico Provinciale di Feltre! Una vera perla di lungimiranza. Immaginate la scena: 17 settembre 1775. Qualcuno, con un genio incompreso, decide che la soluzione definitiva per poveri, malati, “vagabondi” e, ça va sans dire, “pazzi”, è sbatterli tutti insieme, allegramente, nel convento degli Agostiniani di Borgo Ruga. Un vero “social network” ante litteram, ma con meno like e più camicie di forza.
Il testo ci narra con squisita delicatezza che il complesso divenne una “città nella città”. Certo, una città dove, se ti lamentavi del menu, rischiavi un elettroshock come dessert. E che dire del ruolo di “principale industria feltrina”? Sublime! Il manicomio come pilastro dell’economia locale: perché produrre merci quando puoi produrre “follia controllata” e “controllo sociale”? Un indotto formidabile, dove la pazzia diventava risorsa occupazionale. Che lungimiranza, signori!
Poi, nel 1978, arriva quel piantagrane di Franco Basaglia con la sua legge 180. Ma come osano? Abbattere le mura? Gettare via le chiavi? Ma chi curerà la “follia” senza un bel muro di cinta alto cinque metri?
E ora, il tocco di classe finale: la “Memory”. Il testo ci informa che oggi ci sono “visite guidate”. Meraviglioso! Trasformare un luogo di contenzione in un museo, un “parco tematico della follia” dove turisti col gelato in mano visitano le ex celle.
“Guardi signora, qui tenevano il matto che credeva di essere Napoleone. Che pittoresco passato di contenzione sociale, vero?”. Quasi due secoli di “industria della pazzia” spazzati via da un po’ di libertà e da una legge che, inaudita audacia, preferiva i pazienti ai reclusi. Che delusione per gli amanti della “città nella città”. Meno male che c’è la memoria
a ricordarci che, a Feltre, tra il 1775 e il 1978, il progresso faceva rima con… chiusura.
Lettera firmata – Belluno
