
Belluno, 18 luglio 2025 – Ottantadue anni fa, per mezza giornata, la storia del Novecento con la “S” maiuscola fece tappa a Belluno. Nonostante la storiografia ufficiale abbia per lungo tempo riportato il “Colloquio di Feltre”, l’incontro tra Adolf Hitler e Benito Mussolini del 19 luglio 1943 si svolse in realtà a Villa Gaggia-Pagani, nella tranquilla località di Socchieva, a una ventina di chilometri da Feltre. Un refuso nelle memorie del Duce, intitolate appunto “Incontro di Feltre”, generò l’equivoco. Feltre rimase comunque l’ultima stazione ferroviaria prima che le delegazioni proseguissero in auto verso la villa isolata.
Il bombardamento di Roma sconvolge il vertice
Quella stessa mattina, mentre i due dittatori si trovavano faccia a faccia a Villa Gaggia, giunse una notizia che Roma era stata bombardata. L’“Operazione Crosspoint” o “Notte di San Lorenzo”, vide 362 bombardieri pesanti americani B17 e B24 e 300 bombardieri medi B26 e B25, scortati da 268 caccia Lightning, colpire la capitale italiana alle 11:00 del mattino. In sei ondate successive, l’attacco provocò circa 3.000 vittime e devastò completamente il quartiere San Lorenzo.
Il monologo di Hitler e le “Armi infernali”
Il famoso monologo di Hitler a Villa Gaggia si svolse di fronte a un pubblico nutrito, che includeva Mussolini, il sottosegretario Bastianini, gli ambasciatori Von Mackensen e Alfieri, il capo di stato maggiore generale Ambrosio, il feldmaresciallo Keitel, e altri alti ufficiali e membri del seguito.
Nel suo lungo discorso, Hitler sottolineò l’assoluta priorità di difendere tutti i territori occupati, considerandoli essenziali per garantire il rifornimento di materie prime indispensabili alla prosecuzione del conflitto. Il Führer promise anche che entro la primavera del ’44 sarebbero state operative altre 46 divisioni perfettamente armate e addestrate. Ma l’aspetto più inquietante del suo intervento fu l’accenno alle nuove “armi infernali”. Si riferiva alla V2, il primo missile bellico stratosferico, geniale e terrificante creazione del barone Wernher Von Braun. Questo “ragazzo prodigio”, dottore in fisica e padre della missilistica moderna, sarebbe in futuro diventato direttore della NASA, l’ente spaziale americano. Non a caso, il razzo Saturno altro non è che un discendente perfezionato della Vergeltungswaffe 2, che avrebbe terrorizzato Londra a partire dal settembre del 1944.
Un Duce apatico
Mentre Hitler pronunciava un lungo inventario delle mancanze e degli errori dell’Italia, Mussolini rimase apatico, ascoltando il monologo senza proferire parola. Il Duce, in uno stato di evidente insoddisfazione, assistette in silenzio al fluire delle accuse e delle previsioni del suo alleato.
Alle 15:00, con un sostanziale nulla di fatto, i “Colloqui di Feltre” si conclusero. La colonna di auto ripartì, e un Mussolini visibilmente contrariato si nascose dietro i suoi occhiali scuri sulla Mercedes spyder, seduto alla sinistra di Hitler. Quella giornata, in cui la grande storia si fermò per un momento in provincia di Belluno.
Il mancato attentato, tra Alpini e segreti di Stato
Quel 19 luglio 1943, a Villa Gaggia di Socchieva, la storia non solo si fermò, ma rischiò di cambiare radicalmente corso. Nonostante l’incontro tra Hitler e Mussolini sia passato alla storia, meno noto è il progetto, abortito all’ultimo, di un attentato per eliminare i due dittatori proprio in quella villa bellunese. Un piano ardito che vide protagonisti un centinaio di Alpini, reduci dalla disastrosa campagna di Russia, pronti a un blitz kamikaze.
Gli “Eroi della Russia” e l’odio represso
Come testimoniato da Nino Piazza, sergente degli Alpini e reduce di Russia, in occasione del “Convegno Alpenvorland 1943-45” (Palazzo Crepadona, aprile 1983), la motivazione era fortissima: “Eravamo partiti in 1.800 per la Russia e tornammo in 117,” dichiarò Piazza, aggiungendo un centinaio di feriti rimpatriati prima della ritirata. L’insofferenza nella caserma di Feltre, dove erano alloggiati, era palpabile. “Si sentiva continuamente gridare Viva Lenin, Viva Stalin, Morte al Duce,” e nonostante la mancanza di un’organizzazione antifascista strutturata, l’odio era incontrollabile. Questi soldati, che la retorica ufficiale definiva gli “Eroi della Russia”, rappresentavano un terreno fertile per chiunque volesse agire contro chi li aveva “mandati al macello.”
Il complotto e la mano dello Stato Maggiore
I dettagli più inquietanti del complotto sono stati rivelati da Armando Bettiol (deceduto nel 2011), all’epoca giovane studente universitario a Padova e membro del Partito d’Azione (PdA). Bettiol raccontò di essere stato contattato, settimane prima dell’incontro a Villa Gaggia, dal maggiore Del Vecchio, comandante degli Alpini reduci di Russia dislocati a Longarone. A Bettiol e a Ernesto Tattoni, suo compagno, fu affidato il compito di introdurre una cassa di bombe necessarie all’attentato all’interno della villa. Avevano già perlustrato la zona, individuando nel lato sud, verso la ferrovia, il varco migliore per l’operazione.
La questione fu portata al Comitato Regionale Veneto del PdA a Padova, con la partecipazione di figure di spicco dell’antifascismo come Meneghetti (Partito Socialista), Concetto Marchesi (Partito Comunista), Norberto Bobbio (PdA) e il Conte Papafava (Partito Liberale). Il Comitato incaricò Bettiol e Tattoni di informare Ugo La Malfa del PdA, con cui si tenne un incontro a Milano. Successivamente, un altro contatto avvenne ad Asti, nella villa del maresciallo Pietro Badoglio, con una persona da lui delegata. A riprova dell’attendibilità del maggiore Del Vecchio, Bettiol testimoniò di aver partecipato a un incontro a Pesaro, città di provenienza dell’ufficiale, in casa dell’onorevole Macrelli.
Questa complessa rete di contatti suggerisce, secondo Bettiol, che dietro l’organizzazione dell’attentato vi fosse la mano dello Stato Maggiore dell’Esercito, e non, come sosteneva il sergente Piazza, un’iniziativa spontanea dell’antifascismo locale. “Era impensabile,” affermò Bettiol, all’epoca diciannovenne studente di Giurisprudenza, “che un gruppo di giovani potessero aver progettato da soli un attentato di questa portata.”
Il contrordine e le ipotesi
Le bombe, nascoste in casa di Bettiol, erano pronte per essere trasportate all’interno del perimetro di Villa Gaggia. Tuttavia, all’ultimo momento, giunse un cambio di programma cruciale: il picchetto d’onore degli Alpini venne cancellato. Questa decisione rese il blitz estremamente più difficile e dall’esito incerto, poiché gli Alpini avrebbero dovuto penetrare dal bosco, affrontando il fuoco delle mitragliatrici delle SS posizionate nei fossati intorno alla villa.
Per questa ragione, ma probabilmente non solo, l’attentato fu sospeso. Si ipotizza che l’ordine di annullamento sia giunto dalle direzioni nazionali del PCI e del PdA, rappresentate a livello regionale da Concetto Marchesi e Ugo La Malfa.
Le ipotesi su questo repentino contrordine sono molteplici. Mancavano pochi giorni alla destituzione di Mussolini, e l’aria di sfiducia tra gli alleati era palpabile. È possibile che i tedeschi, sospettosi, avessero deciso di circondare Hitler solo con le fedelissime SS, eliminando il picchetto d’onore italiano. Del resto, persino gli arredi della sala della riunione vennero sostituiti con mobili controllati dai tedeschi. Un piccolo dettaglio che, a posteriori, rivela la crescente tensione e diffidenza che permeava quell’incontro destinato a entrare, in un modo o nell’altro, nei libri di storia.
L’ombra della congiura e il grande gioco geopolitico dietro l’attentato mancato
Il mancato attentato a Hitler e Mussolini a Villa Gaggia nel luglio del 1943 non fu solo un contrordine, ma la manifestazione di un complesso intreccio di timori, strategie e ambizioni geopolitiche che si dipanarono dietro le quinte. La “sindrome della congiura”, come la definì il colonnello delle SS Eugene Dollmann, interprete di fiducia di Hitler, aleggiava già tra le forze tedesche, e la scelta di quella remota villa bellunese non fece che alimentarla.
La “Sindrome della Congiura” secondo il colonnello Dollmann
Nel suo libro “Roma nazista”, Dollmann, pur non essendo presente all’incontro di Villa Gaggia, riporta le sensazioni dei soldati tedeschi. “Raggiunta la villa,” scrive, “il comando della piccola scorta al Führer, non ebbe più alcun dubbio: si trattava di un’imboscata. Tolsero la sicura dalle pistole, armarono i mitra e si disposero intorno alla villa, pronti a difendere la pelle.”
Dollmann prosegue con un commento significativo, quasi una velata accusa: “Ebbene, la scelta di quella località da parte del cerimoniale di Palazzo Chigi, potrebbe essere perdonata qualora risultasse da documenti segreti che intorno a quella remota residenza estiva, nei monti, nelle foreste, lungo i fiumi ed i ruscelli, un audace cervello avesse nascosto truppe fidate, pronte a catturare entrambi i dittatori, facendo così cessare di colpo la guerra su tutti i fronti.”
La sua analisi sottolinea il disagio e la fatica del viaggio, dal volo a Treviso al lungo tragitto in treno e auto fino a Feltre. “Quanto non si sarebbe risparmiato all’Europa ed al mondo,” osserva Dollmann, “se re Vittorio Emanuele, Acquarone e gli attori secondari, da Ambrosio all’ultimo tenente dei carabinieri, avessero anticipato di qualche giorno l’andata in scena del loro Sogno di una notte d’estate,” ipotizzando apertamente un blitz. Le parole di Dollmann rivelano la profonda sfiducia tedesca nei confronti degli alleati italiani e il presentimento di un tradimento imminente.
Il contrordine: una scelta politica (e del Vaticano?)
L’improvviso annullamento del picchetto d’onore italiano fu una semplice diffidenza di Berlino, oppure una decisione maturata a Roma per ragioni di opportunità politica? Secondo Armando Bettiol, membro del Partito d’Azione e testimone chiave dei fatti, fu Ugo La Malfa a indicare il possibile ruolo del Vaticano.
Il timore principale era quello dell’avanzata del Comunismo. Eliminare i due dittatori tramite un’azione della Resistenza “rossa” avrebbe potuto consegnare il Paese nelle mani dell’antifascismo più radicale, favorendo Mosca nella determinazione delle future sfere d’influenza geopolitiche. Il Vaticano, dunque, premeva per attendere l’intervento degli anglo-americani, già sbarcati in Sicilia il 10 luglio con l’Operazione Husky, piuttosto che rischiare un sovvertimento interno con troppe incognite.
Il grande gioco geopolitico e la corsa al “Dopo Mussolini”
Gli Alleati stessi avevano tutto da perdere se i partigiani a “trazione comunista” avessero realizzato il blitz, accreditandosene il successo. Nell’estate del ’43, le fortune militari della Wehrmacht erano ormai un lontano ricordo, mentre incombeva l’avanzata dell’Armata Rossa, culminata nella schiacciante vittoria di Stalingrado (tra l’estate del 1942 e il febbraio 1943). Questa vittoria russa alimentava la “sindrome comunista” degli americani.
Anche la campagna del Nordafrica stava volgendo al peggio per l’Asse: la vittoria britannica a El Alamein (ottobre-novembre 1942) e lo sbarco anglo-americano in Marocco e Algeria (Operazione Torch, novembre 1942) avevano costretto le forze italo-tedesche alla ritirata.
In questo quadro strategico, con gli Stati Uniti che avevano già avviato negoziati per il “dopo Mussolini”, avallare un blitz condotto dai partigiani comunisti a Villa Gaggia era inaccettabile. L’eliminazione di Hitler e Mussolini da parte delle forze antifasciste comuniste avrebbe potuto saldarsi con l’avanzata dell’Armata Rossa, spostando verso Occidente il confine dei futuri stati socialisti che, nel 1955, avrebbero formato il Patto di Varsavia.
Nella “corsa all’ultimo miglio”, erano gli Alleati a dover consolidare la posizione dell’Italia nel blocco occidentale, che avrebbe poi dato vita al Patto Atlantico (1949) e alla NATO. Pochi mesi dopo, infatti, le basi per i nuovi confini Est-Ovest sarebbero state gettate alla Conferenza di Teheran (novembre-dicembre 1943) tra Stalin, Roosevelt e Churchill, e poi definite con maggiore precisione a Yalta (febbraio 1945).
Il mancato attentato a Villa Gaggia, dunque, non fu un semplice episodio locale, ma un tassello fondamentale in un complesso scacchiere internazionale, dove le decisioni di pochi ebbero un impatto profondo sul destino dell’Europa e del mondo.
Amore e guerra nel Bellunese: La storia di Rosa e Giovanni
E’ in questo quadro generale che si innesta la storia d’amore del racconto storico “Rosa e Giovanni, un amore in tempo di guerra”. Nel tumultuoso scenario della Seconda Guerra Mondiale, dove gli eventi storici si intrecciano con destini individuali, emerge il racconto di “Rosa e Giovanni, un amore in tempo di guerra”. Questo romanzo storico, che fonde finzione letteraria e fatti realmente accaduti, ci trasporta nella provincia di Belluno, cuore di un intreccio di vicende che avrebbero potuto riscrivere la storia.
Quattro destini nel cuore dell’Alpenvorland
Il racconto ruota attorno a quattro personaggi le cui vite si incrociano in un periodo di estrema complessità: Rosa, una giovane farmacista, e Giovanni, un medico militare reduce dal fronte russo, sopravvissuto a due inferni della Seconda Guerra Mondiale. Tra i due nasce una profonda relazione sentimentale. Accanto a loro si muovono Nino, un sergente “di ferro”, anch’egli reduce dalla campagna di Russia, e Armando, un giovane studente universitario con un ruolo cruciale nelle vicende. L’ambientazione è la provincia di Belluno, un territorio che, dal 18 settembre 1943, fu annesso alla Zona d’Operazione Alpenvorland insieme alle province di Bolzano e Trento, diventando di fatto parte del Terzo Reich. Quest’area, sotto la dominazione tedesca, vide la presenza di truppe composte da soldati altoatesini del Secondo battaglione del SS-Polizei-Regiment “Bozen” e dal Corpo di sicurezza trentino. In questo clima di occupazione, iniziarono a formarsi le prime coraggiose formazioni partigiane, pronte a opporsi all’esercito invasore.
(rdn)
