“Nell’ottobre del 1963 prestavo servizio militare al 7mo Reggimento Alpini, Battaglione Belluno come addetto alla sanità con funzioni impiegatizie all’Ufficio maggiorità”. Inizia così la testimonianza di Renato Bogo a 60 anni da quella notte maledetta, quando, alle 22:39 del 9 ottobre del 1963 una frana di 260milioni di metri cubi precipita nel bacino artificiale del Vajont sollevando un’ondata di 50 milioni di metri cubi d’acqua a un’altezza di 230 metri che prima colpisce i Comuni di Erto e Casso e poi si abbatte con tutta la sua forza nella valle del Piave spazzando via Longarone e provocando la morte di quasi duemila persone.

Quella notte Renato sarà uno dei primi soccorritori ad essere sul posto insieme al suo comandante, il maggiore Modesto Marchio. Ecco come ricorda oggi quei momenti. “Poco dopo le ore 22 di quel 9 ottobre del ‘63 rientravo alla Caserma “Salsa”, dopo essere stato a Cavarzano con la mia ragazza che diventerà mia moglie. Il Ponte degli alpini ancora non era stato costruito e si passava attraverso la passerella del ponte della ferrovia. Ricordo di aver incrociato il capitano Angelo Baraldo e alcuni commilitoni della 77ma Compagnia diretti verso il Col di Roanza per una esercitazione notturna che avrebbe dovuto svolgersi sul Piave, ma che venne spostata sul Monte Serva. Evidentemente, almeno in ambito militare, c’erano già indicazioni prudenziali che disponevano di evitare le esercitazioni nel greto del Piave. Ebbene, quando stavo per coricarmi, sento la tromba dal piazzale della caserma dare l’allarme, pensavo si trattasse di una esercitazione e raggiungo il mio posto di lavoro. Ma qui Iniziano a squillare tutti i telefoni e un fonogramma informa che ‘La diga del Vajont è caduta, Longarone non esiste più’.
Scatta la procedura di allarme. Insieme all’autista Del Favero vado a Castion a prelevare il comandante, il maggiore Modesto Marchio, e ci dirigiamo immediatamente verso Longarone. A Ponte nelle Alpi c’è un posto di blocco della polizia stradale che non fa passare nessuno. Il maggiore si impone e proseguiamo fino a Faè dove c’era lo stabilimento Faesite. Qui la strada diventa impraticabile, lasciamo l’autista con la jeep e il maggiore ed io proseguiamo a piedi lungo la ferrovia. Conoscevo bene la zona perché avevo collaborato con il Centro Enaip di Longarone. C’era la luna piena quella sera che illuminava l’intera vallata e che rendeva spettrale il panorama per la presenza di animali morti gonfi d’acqua e corpi di persone spogliate dai loro indumenti dalla forza dell’ondata.
Giunti in prossimità di Longarone i binari della ferrovia erano sollevati e contorti come in un quadro surreale. Si sentiva ancora il rumore dell’acqua scorrere e si poteva vedere la diga, che contrariamente a quello che in un primo momento era stato ipotizzato, aveva retto l’impatto ed era perfettamente integra. A Pirago l’ondata aveva divelto le lapidi del cimitero e portato via i resti dei defunti. Dal Cadore intanto erano sopraggiunte altre persone ed eravamo lì inermi sul greto del Piave in attesa che arrivassero le Compagnie di militari per i soccorsi. Per 56 ore ininterrotte ho fatto il porta ordini tra il comando e le varie Compagnie. In quei giorni concitati non sono mai riuscito a mangiare nulla. Sul posto arrivò anche il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale Ciglieri. C’era l’ordine di allontanare le persone per il pericolo di azioni di sciacallaggio”.
Nella lettera al sindaco di Longarone Gioacchino Bratti del 25 marzo 1998 Renato Bogo scriverà “Ci accompagnava un silenzio tombale a volte interrotto da alcuni lamenti e dal lento scorrere delle acque del Piave. Nessuno potrà mai cancellare questa immagine dalla mia mente… Per me è stata una esperienza di guerra in tempo di pace”.
Il 14 marzo del 1964 Renato Bogo e i soccorritori alpini riceveranno dalle mani del generale Ciglieri la medaglia e l’encomio solenne per il servizio prestato. Nel 2012, in occasione dell’Adunata nazionale che si tenne a Bolzano, il racconto del sergente del Battaglione Belluno del 7mo Reggimento Alpini Renato Bogo sul Vajont dal titolo “Quel giorno da Alpino che non potrò mai dimenticare” ottenne il Primo premio con la seguente motivazione: “Il dramma collettivo si cala nel dramma individuale con un commovente percorso geografico e interiore dell’alpino che da un lato agisce e si avvicina e dall’altro assiste inerme alla violenza della natura. Il racconto suscita commozione ed emozione profonda in un crescendo stilistico e di contenuti”. (rdn)
