Sulle lagune è in realtà il titolo di un interessante romanzo giovanile di Giovanni Verga che narra di un tragico amore risorgimentale tra una giovane veneziana e un ufficiale ungherese, dell’occupante esercito austriaco; lo scrittore siciliano riesce a descrivere bene l’ambiente lagunare, che allora era solo una parte dell’esteso sistema delle Lagune Venete, senza neppure aver mai visitato Venezia.
Mi permetto di prendere a prestito quel titolo per significare come oggi quella stessa laguna, benché parecchio ridotta di estensione, rappresenti in realtà “più lagune”: non solo l’ambiente naturale di transizione tra terraferma e mare, il bacino delle acque, e delle specie che le vivono, ma anche il bacino dell’economia che si avvale di questo specchio d’acqua per trasportarci sopra velocemente crescenti quantità di turisti o per farci giungere grandi navi di vacanzieri per la loro indimenticabile crociera. È la laguna ancora dei giri turistici in gondola nei rii veneziani, ma sempre un po’ meno quella della voga alla veneta sulle imbarcazioni tradizionali. È pure la laguna, o la torbida palude, della sciagurata gestione del MoSE (messo in esecuzione senza neppure un progetto esecutivo completo dell’opera) e poi di una certa incapacità della legislazione speciale e delle politiche locali a risolvere questioni sempre più pressanti: l’effetto dei cambiamenti climatici come quello della esagerata pressione turistica che spegne la vita reale di una città.
Due, di massima, sono gli opposti atteggiamenti: quello di chi esige tutela di quell’ambiente naturale unico e di quel patrimonio comune di storia, memorie ed usi e quello di chi lo considera come mero strumento di produzione e di valori economici (una sorta di “laguna-fabbrica”).
Il confronto è durissimo, le armi non sono pari, e neppure si intravede una possibile onorevole composizione degli interessi e gioca soprattutto la mancanza di una adeguata rappresentanza politica della città, ormai annichilita questa nei numeri (meno di 50.000 i residenti nella città storica) e incapace di essere magari anche la città dei veneti. Intanto, in Parlamento ci si è trastullati ad inserire il termine “ambiente” nell’articolo 9 della Costituzione, come fosse una parola magica che tutto risolve, come se già nel “paesaggio” da tutelare non fosse compreso tutto il volto della Nazione: il paesaggio naturale come quello antropizzato e risultante dalle migliori cure di generazioni!
Eppure, nell’inaugurare l’anno giudiziario, lo scorso 24 febbraio, la Presidente della Corte dei Conti del Veneto non ha mancato di tracciare un promemoria delle questioni spinose ancora aperte per la salvaguardia di Venezia: non solo la necessità di completare il MoSE con le previste opere di mitigazione degli impatti paesaggistici delle strutture stesse (che non sono del tutto sommerse ed invisibili come si era voluto far credere!) e quella di realizzare finalmente tutto il cosiddetto “Piano Europa” a sanatoria della procedura di infrazione comunitaria addebitata alla realizzazione del MoSE, ma anche l’urgenza di definire finalmente la regolazione tecnico-economica della sua gestione (strutture fisse e paratoie sono state costruite senza che se ne avesse un piano di avviamento e di gestione!) ed è pure da avviare la manutenzione periodica delle grandi paratoie metalliche (già in ritardo rispetto alla tempistica prevista).
Con una certa eleganza istituzionale la Presidente della Corte dei Conti aveva ricordato la creazione dell’Autorità per la Laguna di Venezia con decreto-legge dell’agosto 2020, il quale aveva dato implicito seguito – una pezza – all’inaudita soppressione ex lege del Magistrato alle Acque, come se questo ente, e non alcune persone che vi operavano, avesse la responsabilità della mala gestio dell’operazione MoSE. Ma si deve oggi stigmatizzare come, dopo tre anni (e tre governi), nulla sia ancora stato fatto per rendere operativa questa agenzia che dovrebbe assicurare unitarietà di gestione alle cose lagunari! La Presidente ricordava anche – alle istituzioni responsabili, si intende – il dovere di assicurare coerenza sistemica tra le diverse azioni necessarie alla salvaguardia della Laguna e citava tra le altre cose l’attuazione del Piano Morfologico della Laguna con «la ricalibratura dei canali lagunari, l’impiego dei sedimenti per la ricostruzione di velme e barene, la protezione delle barene in erosione, la rinaturalizzazione di aree lagunari bonificate, come nel caso delle casse di colmata, il sovralzo dei fondali per ridurre il moto ondoso e il loro consolidamento con il trapianto di fanerogame»: una panoramica non generica ma sostanziale delle cose da fare, significativa perché espressa da chi spesso si pensa debba badare solo ai conti della spesa pubblica.
Su queste questioni la Presidente annunciava dunque il controllo della Corte dei Conti sulla gestione per l’anno 2023. Dovrà invece prender atto che l’annosa procedura di aggiornamento di questo piano per il risanamento della Laguna non ha avuto buon esito … non avendo esso superato positivamente l’esame della Commissione Nazionale per la valutazione ambientale strategica e, peggio, essendo poi scomparso dall’orizzonte delle urgenze veneziane.
Paradossalmente, mentre manca questo aggiornamento ed essendo però ancora vigente il piano del 1993 (poco applicato tuttavia), si vanno a realizzare opere di grande rilevo e pure discutibili: è il caso del marginamento a lato delle casse di colmata prima citate (quelle su cui doveva realizzarsi la Terza Zona Industriale, secondo un gigantesco progetto di espansione produttiva fortunatamente abbandonato) lungo il canale portuale Malamocco-Marghera. Si tratta di un progetto dell’Autorità Portuale – con ben 7.2 km di scogliere da importare dall’Istria – che non ha fatto la valutazione di impatto ambientale e che contrasta con l’obiettivo di «rinaturalizzazione delle aree lagunari bonificate»! Va detto che questo grande intervento (oltre una ventina di milioni di euro di spesa) è stato presentato come operazione “ambientale” a tutela delle stesse casse di colmata ormai largamente ri-naturalizzate, ma esso trova invece sostanziale giustificazione solo in ragione del traffico di grandi navi che si vuole potenziare: si tratta cioè sostanzialmente di evitare l’erosione delle sponde del canale, causata del moto ondoso prodotto dalle stesse navi, e dunque la sedimentazione che ne deriva di depositi sul fondo del canale e che ne compromette la navigabilità.
Al riguardo, sei associazioni veneziane hanno presentato al Ministero dell’Ambiente, a fine gennaio, un paio di pagine di documentate osservazioni con richiesta di applicare le misure cautelative e sanzionatorie previste dal Testo Unico Ambiente. Nel dare riscontro il Ministero si è limitato a riportare le rassicurazioni ricevute da Autorità Portuale e Provveditorato interregionale alle opere pubbliche (come chiedere all’oste del vino). Le associazioni hanno dunque presentato un “ricorso gerarchico” avverso questa risposta: sette pagine fitte di argomentazioni che, passati quattro mesi, non hanno ricevuto però alcun riscontro!
A ben vedere, il traffico di grandi navi su quel canale dovrebbe essere, in prospettiva, in diminuzione: sia perché i cambiamenti climatici in atto prospettano una chiusura delle paratoie del MoSE assai più frequente di quanto preventivato con conseguente limitazione delle attività portuali, sia perché in ragione del superiore interesse nazionale per la tutela di Venezia e della sua Laguna, il Parlamento italiano ha indicato con legge la strategia da seguire: avamporto in mare per le navi da crociera sopra le 40.000 tonnellate di stazza lorda e le portacontainer transoceaniche: infatti con decreto-legge 45/2021 l’Autorità di Sistema Portuale di Venezia è stata incaricata di bandire un concorso di idee per questa soluzione portuale fuori della Laguna. Un potenziale concorrente (la Duferco) che già aveva presentato un progetto per ospitare le navi da crociera in Bocca di Lido, appena fuori delle paratoie del MoSE, ha presentato ricorso al TAR poiché il bando promulgato aveva escluso proprio quella localizzazione e ha vinto su tutta la linea, ma l’Autorità Portuale ha preferito ricorrere al Consiglio di Stato. L’Autorità Portuale è risultata perdente anche in questa sede, ma non ha ancora predisposto il nuovo bando (e dopo tre anni non siamo neppure alla casella n. 1 del gioco dell’oca).
Si deve inoltre considerare che poco dopo quella scelta fondamentale di portare le più rilevanti funzioni portuali fuori Laguna, il presidente dell’Autorità Portuale è stato incaricato con decreto-legge 103/2021 come Commissario per realizzare attracchi «temporanei» nell’area di Marghera (si è poi aggiunta Chioggia) destinati a navi passeggeri sopra le 25.000 tonnellate alle quali veniva definitivamente interdetto il transito in Bacino di S. Marco. Lo stesso Commissario è stato pure incaricato della manutenzione dei canali esistenti e degli interventi accessori per il miglioramento dell’accessibilità nautica e della sicurezza della navigazione. Questi accosti provvisori sono già in parte operativi e sembra che la cosa funzioni anche dal punto di vista economico: al crocierista non fa evidentemente gran differenza tra l’arrivare e il partire da Porto Marghera piuttosto che dal Canale della Giudecca (perdendosi dunque l’attraversamento del Bacino di S. Marco) e del resto l’aggiornamento che si è dovuto redigere del “piano delle emergenze esterne” del sito industriale di Marghera (sottoposto alle cautele della Direttiva Seveso) prescrive che la “popolazione” della nave debba essere avvisata dei rischi e dei comportamenti da tenere solo prima dell’avvicinarsi al porto e non … prima di acquistare il pacchetto-vacanza! Ora però il Commissario si appresta a realizzare l’accosto per altre due navi sulla sponda nord del Canale Industriale Nord (quello che lambisce la Prima Zona Industriale ormai in larga misura terziarizzata); qui le cose si fanno più complesse perché è necessario intervenire sulla sagoma della sponda (sostanzialmente arretrandola) e del canale (approfondendolo); a queste opere assai rilevanti e costose il Commissario aggiunge un grosso investimento per l’elettrificazione della banchina (cold ironing) in modo che la nave possa tenere attivi tutti i servizi a bordo senza tener accesi i motori (e inquinare)… inquinerà poi in navigazione ma questo è un altro discorso … Questi interventi servono per l’accosto solo di navi passeggeri e per loro natura e per la spesa che comportano non sembrano corrispondere a accosti temporanei e cioè provvisori. Alcune associazioni veneziane hanno recentemente segnalato alla Corte dei Conti come ciò potrebbe rappresentare una deroga dal mandato di legge per via di investimenti non proprio commisurati alla provvisorietà dell’opera, sembrerebbe anzi – sostengono – che si persegua una soluzione per le crociere sine die entro Laguna. Hanno evidenziato in particolare come sia mancato l’esame delle possibili alternative magari più leggere e riciclabili (pontoni galleggianti, o altro).
Valutazione delicata: vedrà la Corte…. È certo comunque che per la cittadinanza è faticoso seguire la programmazione e la pianificazione del Porto: non solo si è persa traccia delle ultime azioni per aggiornare il piano regolatore portuale (siamo rimasti a quello del 1965), non solo si ha l’impressione che si proceda per singoli “pezzi” giusto per evitare la debita valutazione strategica dell’insieme (si tratterebbe della tecnica del salami slicing, assai mal vista dagli uffici della Commissione Europea), ma il Commissario per le crociere non ha mai reso pubbliche le «relazioni semestrali» sull’avanzamento e programmazione degli interventi commissariali previste al comma 2-bis dell’art. 2 del citato decreto-legge 103/2021 (i relativi atti di approvazione non si trovano nella sezione trasparenza del sito istituzionale www.commissariocrociere.ve.it). Piuttosto che queste forme di comunicazione istituzionali, sembra privilegiare convegni e annunci alla stampa senza possibilità di confronto sebbene i suoi annunci si prestino a parecchi interrogativi.
E come non avere perplessità quando annuncia l’ideazione di una nuova isola in Laguna, davanti a Fusina, estesa più di 60 ettari, per metterci i sedimenti inquinati ricavati dal dragaggio e dall’approfondimento dei canali portuali, vale a dire la creazione di un’isola-discarica nelle acque tutelate della Laguna! L’isola che ancora non c’è viene prevista da un accordo formalizzato tra Autorità Portuale e Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche che trascura di ricordare un precedente accordo con il quale si era approvato il Progetto Vallone Moranzani, dopo un approfondito percorso tecnico e partecipativo, che dava risposta a molteplici esigenze di risanamento del territorio assieme alla gestione dei fanghi ricavati dalla manutenzione dei canali portuali.
Le associazioni hanno posto infine in rilievo alla Corte dei Conti un altro aspetto: il mese scorso l’UNESCO ha rinviato ad altro esame, a dicembre 2024, la decisione di includere o meno nella black list dei siti in pericolo quello di “Venezia e la sua Laguna”. Si trattava di decidere se le misure di tutela prese nei confronti delle diverse criticità erano valide. Questo esame si è concluso con alcune indicazioni prescrittive: una di esse (punto 4, lettera D) richiede di presentare all’esame del Centro del Patrimonio Mondiale la conclusione degli studi sull’impatto ambientale del passaggio delle grandi navi nel Canale Malamocco-Marghera «prima che venga presa qualsiasi decisione irreversibile». Ebbene, pochi giorni dopo, il 1° ottobre, i giornali riportavano l’inserzione dell’Autorità Portuale sull’aggiudicazione dei lavori per i 7.2 chilometri di scogliere in Laguna! Una spesa di € 19.405.379,51 che va esattamente contro le richieste dell’UNESCO, un attentato – si deve commentare – alla credibilità internazionale del Paese e all’immagine di Venezia!
Per concludere non va trascurato un episodio significativo della recente legislazione speciale per Venezia: a fine 2019 vengono inseriti nella legge di bilancio un paio di commi che prevedono di istituire a Venezia un «centro di studio e di ricerca internazionale sui cambiamenti climatici». Si tratta di una buona idea perché la localizzazione veneziana sarebbe certamente pregevole ed attrattiva e perché la città ha davvero bisogno di “lavori” stabili che non siano solo nel settore turistico e deve essere riabitata da nuovi residenti che vi trovino occupazioni qualificate. Purtroppo all’idea non corrisponde una elaborazione adeguata della norma che dopo poco meno di quattro anni essa si dimostra del tutto inefficace.
Risulta invece efficace l’azione di un ex ministro che mette in piedi una solida fondazione, Venice Sustainability Foundation (per i non anglofili: Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità, nome per esteso che denuncia una certa ambizione). Francamente l’idea brandita vigorosamente di esportare nel mondo la soluzione tecnica del MoSE non entusiasma troppo anche perché questo strumento non risponde alle esigenze che qui sono emerse da ultimo, quelle cioè di evitare alla città l’impatto delle alte maree minori, quelle “basse” cioè che sono e saranno sempre più frequenti. Per non essere però sempre troppo critico, ammetto di apprezzare molto l’appoggio data dalla Fondazione all’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti per una mostra sulla scienza a Venezia negli ultimi due secoli (aperta fino al 12 novembre). Vi è stata appiccicata nel titolo l’ormai stucchevole parolina “sostenibilità” ma tant’è: la piccola esposizione è molto gustosa e la carta della Laguna redatta tra il 1809 e il 1811 dal capitano Danaix è commovente e merita da sola la visita alla mostra. Poi, uscendone, ci si chiede perché mai quella selezione di materiali e quei buoni apparati illustrativi e narrativi, digitali, vadano poi riposti a magazzino. Come se non dovessero far parte di un grande museo che racconti la storia stessa della città, che oggi manca, un museo che non può che trovare sede nell’Arsenale in modo che questo possa essere anche museo di sé stesso e sede di produzioni culturali. Ma questa è un’altra storia, che andrebbe ripresa a partire dal 2012, da quanto una legge ha assegnata la proprietà della maggior parte del compendio al Comune di Venezia. Intanto una galea del ‘300 trovata nei fondali della Laguna, vi è stata riseppellita nell’attesa di trovarle una sistemazione. Sob.
Marco Zanetti
