HomeLettere OpinioniUcraina: chi pensa al dopo?  * di Marco Zanetti 

Ucraina: chi pensa al dopo?  * di Marco Zanetti 

Etnografia dell’Europa, Torino, Sebastiano Franco, s.d.

Tutti si augurano che la pace per l’Ucraina giunga al più presto: anche chi pensa a rifornirla di armi, perché servono effettivamente per vincere la guerra – forse un modo un po’ antico per arrivare alla pace – e certamente anche tutti coloro che si aspettano tavoli diplomatici e concertazioni più o meno riservate per giungere almeno ad una mera cessazione delle ostilità, senza vinti e vincitori.

Ma occorre pensare anche, e per tempo, a cosa sarà necessario immediatamente dopo una prima pausa concordata e duratura senza più bombardamenti da una parte e dall’altra. Inizialmente, occorre pensare alla ricostruzione, anche a quella, emblematica, della cattedrale di Odessa (fa comodo chiamarla in italiano per evitare l’imbarazzo della plurima toponomastica di questa città: ucraina, russa, jidisch) e pure cominciare a delineare un piano internazionale di aiuti per la ricostruzione economica e dunque sociale del paese. È stato evocato per questo il Piano Marshall che era stato ideato dagli USA nel secondo dopoguerra come piano per la ripresa europea, successivamente caratterizzato nella sua concreta realizzazione da precisi obiettivi strategici, politici, anche perché tutti i paesi sotto l’orbita sovietica avevano declinato l’offerta. A qualcosa del genere si dovrebbe dunque pensare con realismo e forti delle esperienze di allora, magari evitando che gli aiuti si arrestino al confine ucraino del cessate il fuoco, quale esso sia. In effetti, qualcuno ci pensa e dichiarazioni ufficiali politicamente alquanto impegnative sono state fatte, anche se sembra che si badi soprattutto alle opportunità di lavoro per le imprese di altri paesi. Bene comunque pensarci già ora, perché un piano richiede parecchio tempo per essere ben concepito ed avviato.

Ma, sarebbe bene che fin d’ora chi sostiene oggi l’Ucraina si preoccupasse pure della più naturale immediata conseguenza della “pace” dopo una guerra del genere. Spiace rammentarlo, ma la naturale conseguenza è la “vendetta”, come insieme di azioni, anche violentemente vendicative dei torti subiti. La storia certamente non si ripete tal quale, ma è un fatto che noi europei ci siamo applicati abbastanza per allontanare dalla nostra memoria collettiva le immani tragedie verificatesi almeno per un paio d’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, salvo ricordare solo quanto faceva – nazionalmente – più comodo. A noi italiani le tristi vicende giuliano-dalmate (che ci hanno consentito di non render conto dei nostri crimini di guerra in Jugoslavia), ai polacchi le persecuzioni ucraine e, viceversa, agli ucraini le persecuzioni polacche; ai tedeschi le loro vittime civili e le terribili violenze subite che alleviavano la responsabilità morale della Germania per la guerra mondiale e l’olocausto. Lì dove il nuovo potere instauratosi aveva sublimato le pulsioni nazionaliste locali, come in Jugoslavia, si è poi ben visto come queste abbiano potuto covare nella cenere per decenni e riesplodere violentemente negli anni ’90.

Il nazionalismo risorgimentale nell’800 aveva ben altre coordinate, era strumento di emancipazione, di libertà ed autogoverno e consentiva una sorta di brigate internazionali nelle quali si combatteva per aiutare l’insurrezione libertaria di altre nazioni, e del resto la parola d’ordine per tutta la stagione risorgimentale italiana fu il “ripassin l’Alpe e tornerem fratelli”, estratta dalla tragedia Giovanni da Procida del 1831 di Giovanni Nicolini, che attestava l’assenza di odio etnico-nazionalistico. Quella frase che addolciva gli animi di insorti e volontari per l’unità d’Italia sarà ripetuta per un’ultima volta da Cesare Battisti all’inizio del 1915, sul crinale cioè della deriva antieuropea del nazionalismo: «Per far cessare le ragioni dell’odio e dello sciovinismo, le ragioni della prepotenza, occorre il trionfo della giustizia nazionale, occorre che al posto di Stati artificialmente uniti, vi siano Stati corrispondenti alle unità nazionali, alla coscienza storica delle popolazioni, alle loro aspirazioni. Occorre che ogni nazione sia padrona in casa sua e non voglia a sé soggetta alcun’altra nazione. Noi possiamo ancora oggi ripetere il verso del poeta: “Ripassin l’Alpe e tornerem fratelli”». Un appello che non ebbe alcuna fortuna, tantomeno nei trattati di “pace” dopo l’immane tragedia della guerra!

È il caso dunque di ricordare di cosa sia stata capace l’Europa dopo la resa germanica, solo per preavvertirci di quanto potrebbe ri-accadere: non solo qualche, sporadica, vendetta di ex prigionieri ebrei, ma anche le violenze sui civili e sui militari prigionieri da parte dell’Armata Rossa vittoriosa; le ritorsioni sui civili tedeschi degli ex prigionieri e lavoratori coatti (russi, polacchi, francesi, ecc. ecc.); i pogrom – ancora! – di ebrei in Polonia e Ungheria; le sanguinose pulizie etniche in Ucraina e Polonia; l’espulsione delle popolazioni tedesche dalla Prussia Orientale e dai Sudeti (cioè dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia), come pure i massacri di italiani nei territori dell’attuale Slovenia e Croazia; i “regolamenti di conti” in Francia e in Italia; la guerra civile in Grecia e la resistenza nazionalista prolungata nei paesi baltici; lo smantellamento della democrazia in Romania; più in generale: le vendette sulle donne “collaborazioniste” delle quali le migliaia di rasature in Francia, Olanda e Danimarca solo sono un “lieve” aspetto.

La guerra russo-ucraina, così coinvolgente le popolazioni civili e così largamente inspiegabile o ingiustificabile per le popolazioni aggredite, contiene purtroppo di per sé tutti gli ingredienti per “giustificare” ogni azione vendicativa dal giorno dopo del cessate il fuoco.
L’Europa ha tutto l’interesse, oltre all’obbligo morale, di prendere l’iniziativa, cominciando ad agire come “luogo” istituzionale in cui le nazioni coinvolte possano confrontarsi sin d’ora sul dopoguerra.

Marco Zanetti

 

 

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