Il petrolio del Venezuela, una storia che parte da lontano. Il braccio di ferro anglo-americano

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Il 6 maggio del 1943 il Corriere della Sera titola “Il petrolio del Venezuela acuisce il dissidio fra gli anglo-americani” con sottotitolo “Il ritmo attuale delle produzioni belliche nordamericane non potrà essere mantenuto, dichiara Donald Nelson”. Si tratta di un resoconto da Buenos Aires che analizza la situazione politica internazionale dal punto di vista delle potenze dell’Asse. Gli ambienti politici in Argentina, a Buenos Aires, seguono con simpatia un discorso pronunciato dal Caudillo (Francisco Franco) a Huelva, interpretato come una netta presa di posizione contro il “marxismo” e il “liberalismo”. Il generalissimo Francisco Franco sottolinea il legame ideale tra la Spagna e l’America Latina, contrapposto alle “manovre del terzetto anglo-statunitense-sovietico”. Il presidente argentino Castillo, riafferma che la posizione di neutralità dell’Argentina non cambierà, essendo la guerra contraria agli interessi nazionali. L’articolo prosegue descrivendo l’espansionismo economico degli Stati Uniti che, approfittando della guerra, starebbero estromettendo gli inglesi dal controllo delle materie prime, in particolare dal petrolio venezuelano.

“L’affarismo nordamericano, con la sua invadenza nelle repubbliche centro-meridionali – scrive il Corriere della Sera – non ha altra mira che annullare ogni influenza inglese, per assicurarsi il predominio assoluto dei mercati di vendita come nel campo della produzione delle materie prime. I prossimi giorni mostreranno che le compagnie petrolifere statunitensi, spalleggiate dalla Casa Bianca, si sono assicurate l’incontrastato dominio pure sul petrolio venezuelano, sostituendosi alle compagnie inglesi. Il piano continua a svilupparsi, secondo le pretese della plutocrazia nordamericana, decisa a monopolizzare tutta o almeno la maggior parte della produzione petrolifera mondiale, sempreché l’Asse e il Giappone glielo consentano. Donald Nelson, capo della produzione bellica statunitense, parlando a Washington, ha dichiarato, stando a un dispaccio diramato da un’agenzia nordamericana, che il ritmo attuale della produzione richiesta dalle Forze armate degli Stati Uniti non potrà essere mantenuto essendo già stato raggiunto il limite massimo della produzione dell’acciaio ed anche a cagione della scarsa disponibilità di mano d’opera specializzata. Si deve aggiungere a tali ragioni quella non meno importante della deficienza del tonnellaggio che non permette di effettuare i rifornimenti di materie prime con la necessaria rapidità. E’ per questa ragione, si annuncia, che la fornitura del tabacco all’Inghilterra sarà limitata ai bisogni delle Forze armate inglesi. Si aggiunge però che il pagamento di tali quantitativi di tabacco dev’essere eseguito per contanti. Questa clausola ha indisposto assai l’Inghilterra, tanto che la sua rappresentanza commerciale si è affrettata a protestare presso il competente ufficio washingtoniano reclamando che le forniture di tabacco continuino a essere fatte, pur nella misura ridotta, nel quadro della legge di «prestiti e affitti». Ma non sembra che abbia ottenuto esito favorevole. Il Governo di Washington vuole infatti incassare sterline dagli «amici» d’oltre Atlantico, per sottrarne ad essi il maggior quantitativo possibile, considerando questo il modo migliore per assicurare la liquidazione finale dell’impero inglese.”