HomeLettere Opinioni6 agosto 2023: 78 anni dopo

6 agosto 2023: 78 anni dopo

Hiroshima, 6 agosto 1945

Oggi 6 agosto è il 78° anniversario di Hiroshima, quando la prima bomba atomica è stata sganciata su una popolazione già vinta e inerme. Nel dubbio che i giapponesi non avessero capito, Truman ne ha fatta sganciare un’altra 3 gg. dopo su Nagasaki. In quei 3 gg è iniziata una nuova era, chiamata Antropocene.

In questa data, che simbolicamente rappresenta la stupidità dell’uomo, normalmente viene ancora sostenuta la tesi che in tal modo Truman ha generosamente anticipato la fine della guerra già finita, riducendo il numero delle vittime militari. Non ha ridotto invece il numero delle vittime civili, polverizzandone 210.000 in 3 giorni. Avrebbe potuto dimostrare lo strapotere americano anche se avesse avvisato le due popolazioni un giorno prima, in modo che si potessero salvare. Ma aveva forse troppe cose cui pensare oppure, come è logico, voleva sapere con certezza che effetto avrebbero avuto su uomini indifesi i suoi “little boy e fat man”, uno all’uranio e l’altro al plutonio. Da allora tutto il mondo lo sa ed è per questo che gli arsenali militari di 9 Paesi molto civili del nostro mondo ne posseggono circa 9.500, ma molto più potenti e in aumento.
Ormai, sulla realtà dell’Antropocene, in cui il destino del nostro pianeta non dipende più dalla sua intrinseca naturale evoluzione ma dal sedicente ”sapiens sapiens” (che ne sta determinando una fine precocissima e tragica) nessuno minimamente informato può dubitare.

La definizione di Antropocene dimostra che solo di recente abbiamo capito nel nostro mondo, votato al consumismo più sfrenato, le potenzialità distruttive della nostra civiltà. Quindi non dovremmo semplicemente sfruttarlo e danneggiarlo senza riserve, ma piuttosto salvaguardarlo nel nostro stesso interesse. Sembra però che il mondo industriale, nelle parole dei suoi maggiori rappresentanti, debba contare sulle risorse dell’intero pianeta, da rapinare e sfruttare con la massima libertà, senza pagarle alla comunità umana cui appartengono.
In perfetto antagonismo e controtendenza, rispetto ad una ormai diffusa sensibilità ambientale delle classi più colte, il GATT nel 1947 venne stipulato tra i paesi ricchi (successivamente sostituito dalla Organizzazione Mondiale del Commercio) proponendosi il completo sfruttamento delle risorse mondiali, senza porsi alcun problema circa il consumo delle stesse, l’inquinamento e il degrado ambientale.

Nel 1972 il Club di Roma, ente non governativo e costituito da scienziati, economisti e capi di Stato, ha commissionato al MIT un Rapporto sui limiti dello sviluppo, noto come Rapporto Meadows, in cui è stato dimostrato che “ogni modello di sviluppo economico basato sulla crescita continua è destinato al collasso”. A 50 anni di distanza l’andamento di tutti i parametri allora presi in esame, e le relative simulazioni, sono sovrapponibili a quelli verificatesi nella realtà.
Un gruppo di scienziati di varie discipline e di diversi paesi, nello stesso periodo, pubblicò “The limits to Growth” (I limiti della crescita) per ricordarci che la Terra non è infinita e ricordarci quali fossero le soluzioni possibili a livello internazionale per tentare di correggere i profondi cambiamenti intervenuti nel rapporto tra ambiente e sviluppo. Non mancarono le previsioni circa le drammatiche situazioni in cui si sarebbe trovata l’umanità in un futuro prossimo.

Eravamo ancora in tempo per iniziare la transizione verso un mondo sostenibile. Oggi siamo all’emergenza planetaria e nei primi gg di luglio di questo 2023 abbiamo finito le risorse di un intero anno del pianeta. Le nostre comunità politiche mondiali parlano sempre di sviluppo e di progresso ma in realtà si impegnano molto per lo sviluppo ma non si occupano che marginalmente del progresso.
Nel 1973, due anni prima di essere ucciso, Pier Paolo Pasolini nei suoi “Scritti Corsari” parlò molto lucidamente dell’abbinamento e della contraddizione tra le due parole SVILUPPO e PROGRESSO:

“Lo sviluppo lo vogliono gli industriali che producono beni superflui e lo vogliono anche i consumatori di beni superflui per promozione sociale, liberazione ed abiura dai valori culturali che avevano loro fornito i modelli di poveri, lavoratori, risparmiatori soldati e credenti.
Il progresso lo vogliono coloro che non hanno interessi immediatamente da soddisfare: lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora ed è sfruttato. Il progresso è quindi una nozione ideale, sociale e politica, laddove lo sviluppo è un fatto pragmatico ed economico”

I politici di tutto il mondo riuniti a Roma nel 2019, interessati solo al PIL, rimandarono al 2050 il blocco totale delle fonti energetiche fossili, incuranti del fatto che nell’atmosfera la CO2, con lo sviluppo NON sostenibile degli ultimi 200 anni, è passata da 280 p.p. m a 415 p.p. m. ai nostri gg. Senza aver voluto calcolare quale sarà nel 2050 il valore della CO2 ambientale, associata ai conseguenti fenomeni di feedback, e cioè alla retroazione che scatena, moltiplicandoli esponenzialmente, i diversi effetti negativi per l’ambiente!
In termini elementari possiamo dire che tutte le imprese industriali per lo sfruttamento del sottosuolo, del suolo, dell’atmosfera e dell’acqua, non hanno mai voluto considerare che i beni di questo ambiente (molto evoluto, differenziato, con un equilibrio biologico creatosi in miliardi di anni) avessero un valore intrinseco. O che almeno i danni creati all’ambiente, per potersene giovare nel tempo, dovessero essere ripagati. La natura del nostro pianeta si è riparata da sola finché la popolazione del mondo è stata di circa 4 miliardi e poi, dal 1970, questo equilibrio si è rotto.

Ma tutto ciò interessa qualcuno? Sappiamo che la gente avverte il problema e sarebbe disposta a sacrifici personali per risolverlo.
Ma non sembra interessare i signori del mondo e i loro rappresentanti politici. A 78 anni dall’inizio dell’Antropocene abbiamo oceani acidi e caldi, suolo inquinato e atmosfera rovente con incendi sempre più diffusi. E c’è sempre qualche idiota in malafede che sostiene che niente è cambiato.
Tiremm innanz!

Filiberto Dal Molin

 

 

 

 

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