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Finanziamenti ai Centri antiviolenza: ancora una volta nulla di nuovo! * di Margherita De Marchi

violenza-donne-leggeraViolenza contro le donne: tema caro a politici e Istituzioni, da rispolverare l’8 marzo, il 25 novembre, in occasione di elezioni (meglio se accompagnato da  sentimenti quali “indignazione” o similari) e riposto nel cassetto il giorno dopo.

Con la legge n.5 del 23 aprile 2013 “Interventi regionali per prevenire e contrastare la violenza

contro le donne” il Veneto si è dotato di una legge regionale specifica di  prevenzione  e contrasto  alla violenza contro le donne, colmando un vuoto legislativo che la vedeva tra le poche regioni italiane ancora prive di tale strumento.

Nel lungo e impegnativo percorso che ha portato al testo approvato,  è stata fondamentale la  fattiva collaborazione tra i consiglieri regionali del PD e il Coordinamento regionale dei Centri antiviolenza del Veneto. In particolare il Consigliere Sergio Reolon ha  fortemente voluto  il coinvolgimento  delle organizzazioni autonome di donne  che da anni lavorano per e con le vittime di violenza di genere, riconoscendone l’esperienza e i saperi, permettendoci di contribuire con le nostre specifiche competenze  alla stesura della legge, con l’obiettivo condiviso ( a mio parere solo in parte raggiunto) di giungere a una legge innovativa sia nei contenuti che nel linguaggio.

La legge prevede una serie di interventi regionali ( da attuare e FINANZIARE), quali: realizzazione e miglioramento strutturale di centri antiviolenza, case rifugio e case di secondo livello destinate per le donne e loro figlie/figli minori; sostegno agli enti locali e alle unità locali socio-sanitarie per creazione, implementazione e gestione di strutture e servizi di supporto alle donne vittime di violenza; creazione di una Rete fra enti pubblici e fra questi e gli organismi sociali delle comunità locali; formazione degli operatori nei diversi ambiti istituzionali; attività di prevenzione, monitoraggio e studio dei fenomeni e  individuazione di proposte per mettere in atto misure efficaci di contrasto nonché di specifiche attività di carattere informativo, culturale, educativo…

Nei mesi successivi la Giunta regionale ha proceduto alla mappatura delle strutture esistenti in Veneto (13 Centri antiviolenza, 9 Case rifugio, 12 Case di secondo livello) e, come previsto dalla legge,  alla costituzione  del “Tavolo di coordinamento regionale per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne”.

L’esperienza pluriennale di impegni presi pubblicamente dalle Istituzioni e dalla politica in merito alla violenza contro le donne e sistematicamente disattesi, mi aveva spinto a scrivere, in occasione dell’approvazione della legge: “Seppur  consapevoli che avere una legge regionale specifica sulla violenza di genere non è di per sé requisito sufficiente per lo sviluppo di buone pratiche né certezza di un fattivo sostegno ai centri antiviolenza, la cui stessa sopravvivenza è oggi  più che mai in forse, pensiamo che essa possa essere uno degli strumenti di risposta, se  accompagnato da una forte volontà politica di attuazione e da un piano finanziario che assicuri sostegno adeguato e continuativo. Per questo motivo la legge andrà attentamente monitorata nel tempo, valutandone gli effetti a medio-lungo termine. E’ indispensabile  che  il tema della violenza maschile contro le donne diventi finalmente una priorità dell’agenda politica  a livello nazionale e di conseguenza anche locale, con tutte le misure necessarie (amministrative ed economiche) per la creazione di un “sistema” di interventi efficaci. In quest’ottica  vigileremo perché la legge non rappresenti  una  mera enunciazione di principi, bensì una garanzia di attuazione di quanto previsto”.

Quanto accaduto successivamente ha pienamente confermato tali preoccupazioni.

Il  13 ottobre 2013 la Giunta Regionale ha deliberato ( n. 1784 ) la concessione dei contributi diretti a finanziarie le attività e le strutture di cui alla legge 23.4.2013 n.5, stanziando complessivamente 400.000,00 €. ( a fronte di un totale di 34 strutture mappate!).  Cifra risibile, soprattutto a fronte della cronica difficoltà ripetutamente  denunciata dai centri antiviolenza ( veneti e nazionali) connessa proprio ai finanziamenti insufficienti e discontinui.

Il 27 maggio 2014 si è riunito per la prima volta il Tavolo di coordinamento regionale per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne, di cui sono membro nel mio ruolo di medico di medicina generale con competenze specifiche sulla violenza alle donne.  In tale occasione ci è stato comunicato che i contributi stanziati dalla regione per il 2014 sono esattamente la metà dell’anno precedente, cioè 200.000,00 € in totale, proponendo di suddividerli tra 10 centri (quindi 20.000,00€ cadauno).

Ma come dice il detto “al peggio non c’è mai fine”: è infatti di pochi giorni fa la notizia della proposta di riparto dei fondi contro la violenza sulle donne stanziati dal Dl 93/2013 (cosiddetto Decreto femminicido) trasmessa dal Dipartimento pari opportunità alla Conferenza delle Regioni e che sarà all’esame di una delle prossime Conferenze Stato-Regioni, contro la quale si è mobilitata l’Associazione nazionale D.i.ReDonne in Rete contro la violenza, che rappresenta 67 centri antiviolenza su tutto il territorio nazionale: quasi sei milioni di euro per nuovi centri antiviolenza, nove milioni di euro per gli interventi regionali già in essere per il sostegno alle vittime e ai loro figli e 1,1 milioni di euro rispettivamente per i centri antiviolenza e le case rifugio esistenti. E’ prevista l’apertura di 79 nuove strutture, di cui 23 in Lombardia, 18 nel Lazio, 17 in Campania, 12 in Sicilia e in Veneto; in base al documento ci  sarebbero regioni con un esubero di centri (Sardegna,Toscana, Molise, Bolzano, Puglia) e altre “a posto” in rapporto alla popolazione, come Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli, Liguria e Piemonte. Secondo questa mappatura ( è legittimo chiedersi quali criteri siano mai stati utilizzati per condurla)  in Italia sarebbero presenti 188 Centri antiviolenza e 164 Case rifugio, di cui ben 52 si troverebbero in Sicilia!

E’ evidente inoltre come un tale riparto dei fondi penalizzerebbe grandemente i Centri antiviolenza autonomi (circa 3.000 € cadauno) rispetto a quelli istituzionali, in contrasto con le raccomandazioni europee e quanto sostenuto dalla stessa Convenzione di Istanbul (che entrerà in vigore il 1° agosto), e cioè che i governi devono privilegiare le azioni dei centri antiviolenza privati gestiti da donne in quanto servizi indipendenti: Centri che in Italia operano da oltre vent’anni, sono  luoghi di buone pratiche per fronteggiare il fenomeno della violenza contro le donne ed hanno sviluppato una storica esperienza e competenza, da cui nessun progetto sulla violenza contro le donne può prescindere.

L’apertura di Centri antiviolenza istituzionali, in tempi così rapidi ( per non perdere i finanziamenti!) e prescindendo dalla esperienza dei Centri autonomi, comporta il rischio che alle donne vittime di violenza e ai loro figli/e vengano offerti  servizi generici, depotenziati  nella qualità e nell’efficacia, marginalizzando le  pratiche “di genere” messe in campo dalle organizzazioni di donne e riconosciute come le più valide ed efficaci su questa materia sia dall’ONU che dalle istituzioni europee .

Ancora una volta,  NULLA DI NUOVO per le donne.

Ancora una volta l’INDIGNAZIONE è solo nostra.

Margherita De Marchi – medico di medicina generale e membro del Tavolo di coordinamento regionale 

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