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sabato, Settembre 19, 2020
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Le “Capriole in salita” di Pino Roveredo

In un Paese in cui si fa fatica a distinguere finzione da realtà. Dove si può passare tranquillamente dai calendari al Parlamento. E dove serve la raccomandazione anche per andare dal barbiere, storie come quella raccontata questa sera nell’aula magna dell’Istituto “Calvi” di Belluno da Pino Roveredo, sono una sana boccata di ossigeno, capace di farci alzare lo sguardo verso il cielo . «Sono qui per raccontare il percorso di una persona che ha sbagliato mira per trent’anni» ha esordito Pino Roveredo, scrittore, giornalista, autore teatrale, premio Campiello, premio Etica Città di Udine, all’incontro promosso dall’Associazione Mente e Benessere presieduta da Kira Stellato. E pare un sogno americano la vita e le vicissitudini  che hanno solcato la giovinezza di questo “autista delle parole” come egli stesso ama definirsi.  Figlio di genitori sordomuti, un passato di alcolismo, manicomio e galera, poi la svolta, un categorico “mai più”, quindi la rinascita, i riconoscimenti, e il successo. «Ho imparato il silenzio, il linguaggio dei gesti, i sordomuti insegnano che bisogna guardarsi negli occhi, insegnano che non bisogna interrompere l’interlocutore». In un’ora Roveredo racconta la sua vita partendo dagli anni ’60 «quando la miseria era diversa da oggi, perché non ci si vergognava» e come sfogliando tanti fotogrammi in bianco e nero, Roveredo mette insieme una serie di flash del passato «quando i bambini, figli delle famiglie povere, finivano negli istituti. E lì ci spogliavano dei maglioni colorati e ci facevano indossare delle divise nere. Eravamo in 300 ragazzi e 300 anziani in quell’istituto dove ci insegnavano la storia e la geografia, ma soprattutto la disciplina. Con marce militari nel cortile interno da dove si leggeva ancora la scritta fascista Credere, obbedire, combattere. Il 75% di quei ragazzi li ho ritrovati negli ospedali psichiatrici, nelle carceri e ai funerali! A 17 anni ero dipendente dall’alcol. Oggi tanti mi applaudono per esserne uscito, ma io continuo a ritenermi uno stupido per esserne entrato». Roveredo racconta dell’incontro con Basaglia in manicomio, quando lo scambia per un paziente perché lo psichiatra non indossava il camice bianco. Di “Mario lo sposo” un omone di 2 metri che chiedeva la mano a tutti. E’ qui che Roveredo inizia a scrivere le storie degli ultimi. Siamo nel 1976 con “Marco cavallo” e i matti che sfilano per il centro di Trieste, dove a quegli anni si incontrava Dario Fo, Gino Paoli, e Demetrio Stratos (voce dei Ribelli e degli Area). Vent’anni dopo Roveredo ritorna come animatore nel manicomio diventato Padiglione “I” e incontra Cecilia, una 96enne che aveva passato  60 anni vicino alla finestra senza sapere più quello che era successo fuori. «Cecilia diceva che i manicomi non finiscono mai, e nell’al di là lei sarebbe andata in un altro manicomio». Dopo il manicomio il carcere: «all’ufficio matricola ti ritirano la vita e ti danno un orologio senza lancette. Qui a salvarmi è stata la scrittura, scrivevo per i carcerati, una lettera al magistrato valeva 5 pacchetti di alfa (le sigarette più economiche, senza filtro, 160 lire al pacchetto ndr). Sono uscito dal carcere continuando a sbagliare mira» prosegue Roveredo, che parla di una ricaduta nell’alcol nonostante gli amici continuassero a sparire. Finché arriva la svolta, l’invito alla trasmissione di Maurizio Costanzo. «Lavoravo in una fabbrica di tappi di bottiglia per il vino, e lì ho visto quanto beveva la gente, ne facevamo 50mila a testa nella catena di montaggio. In trasmissione parlai anche del busto necessario a mio figlio. E dopo una settimana mi telefonarono per dirmi che arrivarono 40 milioni in offerte. Rifiutai, perché chi ha vissuto in maniera indegna per anni ha bisogno di dignità»! Nel 2005 con “Mandami a dire” Roveredo vince il Premio Campiello. Nel 1996 nel talk show di Costanzo viene presentato il libro autobiografico “Capriole in salita” che diventerà testo in molte scuole e nei Sert. «Sognavo di fare l’aiuto salumiere o il cantante. Da ragazzino in paese io e mio fratello gemello eravamo conosciuti come i figli dei muti, Pino e Rino. Poi “Pino galera”, “Pino matto”, “Pino bibita” e infine “Pino Campiello”, definito dalle istituzioni “persona irrecuperabile”. Per me la speranza non è una cosa astratta, ma un fatto concreto»!

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