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Carta canta e Villan dorme: le bugie raccontate al popolo veneto

Lega, Forza Italia, A.N. ora FdI, Zaia e centro-destra nazionale e regionale sono i responsabili di non aver “portata a casa” l’Autonomia Differenziata dal 2008. La fonte? Gli atti ufficiali 

“Carta canta e Villan dorme”
Il noto proverbio racchiude una saggezza popolare molto pratica: ciò che è scritto nero su bianco ha valore e non può essere contestato. In altri termini, la parola scritta è una garanzia di affidabilità reciproca nei rapporti tra le persone. Il motto è colorito ma utile per capire che è meglio avere tutto per iscritto, che affidarsi solo alle parole. Se ciò è valido tra privati, ancor di più lo è tra Stato, Regione e cittadini. L’attenzione, quindi, va posta sugli atti ufficiali pubblici e pubblicati da: Parlamento, Corte costituzionale, Regione Veneto e Governo. Qui saranno evidenziati una serie di provvedimenti facilmente rinvenibili da chiunque, attestanti la responsabilità politica del Centro-Destra che non ha voluto dare l’Autonomia Differenziata al Veneto.

Se “carta canta” chi è il villan che dorme? l’elettorato veneto? Lette le “carte” ognuno trarrà le sue conclusioni.

Introduciamo l’argomento. Il cittadino comune di norma non legge né la Gazzetta Ufficiale, né il Bollettino Ufficiale Regionale, né naviga tra i siti delle istituzioni repubblicane. In un Paese moderno e normale, (noi fatichiamo ad esserlo) il compito di informare e render edotta la popolazione spetta ai mezzi di comunicazione. Un tempo si trattava di carta stampata, oggi si aggiungono i web istituzionali, i media e social-media presenti in rete. Tali fonti, dovrebbero essere il pozzo dal quale attingere notizie e conoscenza appropriate, soprattutto per gli addetti ai lavori: i giornalisti, specie se i loro editori ricevono aiuti di Stato per produrre informazione. Nondimeno, la percezione avvertita durante il ventennio zaiano, è che negli incontri e nelle conversazioni date dal Presidente uscente qualche domanda incisiva e ficcante forse era stata pensata, ma non è sortita dalla bocca del giornalista accreditato ad interloquire con Luca Zaia. Vecchia metafora del secolo scorso, “La stampa veneta è forse stata un coraggioso e indipendente cane da guardia del potere regionale?” La nostra sensazione dai punti stampa presidenziali, dai meeting in Palazzo Balbi oppure dalle lunghe conversazioni in qualche studio televisivo o radiofonico è stata quella di benevola accondiscendenza.
I supposti guardiani vigilanti, più che approfondire la correlazione e la coerenza tra il detto dal Governatore, gli atti adottati e i fatti riscontrati, sono stati dei cagnolini domestici compiacenti.

Ammettiamolo, queste nostre riflessioni riguardano la prossima campagna elettorale d’autunno. D’ora in avanti saremo sommersi da parole, parole, parole, non suffragate soprattutto da atti e fatti concludenti per impegni assunti un quarto di secolo fa. Ci riferiamo alla maggiore autonomia che il Veneto poteva e doveva avere almeno un ventennio fa, fatto non voluto da chi ha finora comandato, dimostratosi incapace nel governare una situazione complessa. Comandare è dire cosa fare, ordinandolo. Governare è capire come farlo, con chi e perché, verbi simili non sinonimi nel loro significato.
Provvedimenti assunti dal Parlamento, dalla Regione del Veneto, dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e dalla Corte costituzionale

Partiamo dall’inizio. Il Centro-Sinistra, è la coalizione che elabora e approva in via definitiva la legge costituzionale nr.3/2001 G.U.nr. 234 che rafforza, migliora ed amplia funzioni, ruolo e raggio d’azione delle regioni ordinarie, il Veneto tra le altre. Ultimato il percorso legislativo, la norma acquisisce anche il placet, il consenso, dei cittadini italiani nel referendum tenutosi nello stesso anno.
Il Veneto, saldamente nelle mani del Centro-Destra da trent’anni, non applica subito la norma e lascia trascorrere inutilmente il quinquennio 2000/2005. Si sa le “cose importanti” come gli spritz al prosecco, vanno preparati con calma, in silenzio e sorseggiati in serenità d’animo. Voilà. Finalmente nella legislatura successiva entrano in campo , i rappresentanti del movimento “paroni a casa nostra” che con il giovane vice-Presidente Luca Zaia scodellano la richiesta di avere più potere da “Roma Ladrona”. La domanda è approvata all’unanimità in Consiglio Regionale il 18 dicembre 2007 qui sotto a diposizione:
Dettaglio Deliberazione del Consiglio Regionale – Bollettino Ufficiale

Fare il Veneto più forte è nell’interesse della comunità amministrata, non è materia divisiva tra gli schieramenti in campo. Il Centro-Sinistra, in quel dicembre di 18 anni or sono, segnala e la maggioranza recepisce due indicazioni importanti: “cooperazione transfrontaliera, rapporti internazionali e con l’Unione europea”. Competenze utili per il sistema produttivo regionale, in prevalenza composto da Piccole e Medie Imprese che fanno “molto export”. Tale informazione è (era) nota e facilmente desumibile dalle statistiche economiche delle Camere di Commercio provinciali e da UnionCamere regionale.
Caduto il Governo Prodi due il 6 di maggio 2008, l’8 di maggio entra in scena il Governo Berlusconi quater che durerà fino al 16 novembre 2011. Del team governativo fanno parte quattro ministri leghisti, allertati dalla base sociale per “portare a casa” l’Autonomia Differenziata. I protagonisti sono: Umberto Bossi il fondatore del movimento padano delegato alle “riforme per il Federalismo”, Roberto Maroni “Interni”, Roberto Calderoli “semplificazione normativa” e Luca Zaia “politiche agricole”, nulla accade. Le materie chieste erano 13 sulle 23 concedibili, la domanda rimasta in evidenza, forse attenzionata, è rimasta inevasa da 17 anni, 4 mesi e 5 giorni. Perché?
Forse lo stato maggiore padano, rimasto rapito dal fascino di Roma imperiale e pur spendendosi, proclamando, annunciando e gridato, a favore del federalismo incluso quello fiscale, dello sbaraccamento e della sburocratizzazione degli apparati centrali e, infine, dello snellimento delle procedure amministrative ha ottenuto ben poco. Registriamo che Umberto Bossi rende operativa nel 2009 la nuova Provincia di Monza e Brianza, istituita nel 2004. Il fatto concludente può essere considerato un riconoscimento dell’identità specifica brianzola e un anticipo del futuro federalismo alla “Miglio”?

Approfondiamo la questione
Gianfranco Miglio ideologo ufficiale della Lega Nord ipotizzava un’Italia divisa in tre Repubbliche, Nord-Padania, Centro-Etruria e Sud-Mediterranea, mantenendo le cinque Regioni a Statuto Speciale: Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, in quanto, egli sosteneva erano preesistenti alla Costituzione del 1948. Inoltre, la sua visione prevedeva che ogni macroregione avesse un proprio governo e una propria “Dieta”, assemblea legislativa, pur rimanendo unite in un’unica “Unione Italiana” per la gestione di alcune materie comuni, come la difesa e la politica estera.
Il Bel Paese ripartito in otto aree geo-politiche, di cui tre, ognuna con qualche decina di milioni di abitanti soppresse e accorpate le esistenti regioni ordinarie, conservate quelle speciali. Di quest’ultime, una, come la Valle d’Aosta ha una popolazione con 123.000 abitanti, 30 mila in meno di un municipio (quartiere) di Milano che, non trovandosi alle pendici del Monte Bianco, non si trattiene le accise sulla benzina e non ha il gettito del Casino de la Vallée di Saint-Vincent di proprietà regionale.
Sovente, gli allievi non sono all’altezza del Maestro. Infatti, l’impostazione concettuale da Scienza della Politica, disciplina insegnata all’Università Cattolica di Milano dal Prof. G. Miglio, nella sintesi bossiana si è tradotta in un’ idea più semplice, una visione da “piccola patria” dimensionata a livello provinciale. Su proposta della Lega Nord dal 1992, sono istituite le nuove province di Lecco e Lodi, Verbano-Cusio-Ossola, per la sua specificità alpina e Barletta-Andria-Trani operativa nel 2009 in ottica di espansione al Sud. Un’ anticipazione della direzione che verrà presa da Matteo Salvini diventato Segretario battendo Umberto Bossi il 7 dicembre del 2013.

Ma la Lega al Governo nel 2008/2011, tra l’impronta federalista top-down dall’alto verso il basso di rango accademico e quella bottom-top dal basso verso l’alto, bossiana e pragmatica quale ha scelto? Nessuna delle due. Pur essendo entrambe frutto di elaborate e sofisticate dottrine dello Stato in versione federalista, la Lega sta ancora approfondendo la questione. Vero è che l’attuale leadership sta “lavorando” in proiezione nazionalista. Il Vice-Presidente del Consiglio, Matteo Salvini ha fatto fuoco e fiamme per reperire 13.2 miliardi di euro da destinare al Ponte sullo Stretto di Messina, come sostiene qualcuno probabile volano di sviluppo per artigiani, commercianti, agricoltori e partite IVA del Lombardo-Veneto.
A differenza del già Sindaco di Venezia, Paolo Costa e del mancato sindaco, Renato Brunetta, noti economisti, poco concordiamo che trattasi di “una infrastruttura europea, non solo italiana ma con un potenziale di riequilibrio e crescita per l’intero continente”.

Come al solito saranno i fatti a certificare l’indispensabilità -nel contesto socio-economico attuale- del Ponte di Messina. Al momento risultano irrisolti grappoli di criticità e chissà se saranno tutte risolte in “corso d’opera” senza aggravio di spesa per l’erario previsti ad oggi 13.2 miliardi di euro. In primis i rischi sismici, mafiosi, ambientali, ingegneristici-tecnici, di sostenibilità economica e quella giuridica-costituzionale-contrattuale e rispetto dei tempi di ultimazione lavori e collaudo opera programmati al 2033.
Tornando nel solco dell’argomento principale, la richiesta avanzata dal Veneto a fine 2007 per l’Autonomia Differenziata, in relazione agli atti assunti dal Berlusconi -quater e dai fatti ad oggi accertati, l’istanza autonomista è rimasta nei cassetti ministeriali e li giace sepolta. Occorre aggiungere che dopo quasi un ventennio sprecato, Luca Zaia per suo demerito, adesso è con il cappello in mano a questuare, spiccioli di competenze in applicazione della legge “Calderoli”, un bidone tossico-nocivo, diventato dopo la sentenza della Corte un semplice “bidone vuoto” di contenuti e risorse economiche.
A negare l’Autonomia Differenziata al Veneto, anche gli altri due partner governativi, Alleanza Nazionale e Forza Italia.
Alleanza Nazionale, in sigla A.N. è una fioritura gemmata nel 1995 dal Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale che nel 1970 votò contro l’istituzione delle regioni ordinarie, giusto per capire e ricordare la prima tappa. L’MSI fondato nel 1946 da ex esponenti della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e del disciolto Partito Nazionale Fascista (PNF) venne guidato per un lungo periodo da Giorgio Almirante, già segretario di redazione della rivista settimanale “La difesa della razza”, il maggiore organo di propaganda delle leggi razziali fasciste in Italia. L’icona della fiamma era il simbolo del M.S.I. successivamente, di Alleanza Nazionale e quindi adottato da Fratelli d’Italia, a sottolineare una continuità ideale con la storia della destra italiana post-bellica. L’attuale Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è anche il Presidente di Fratelli d’Italia, FdI e nella compagina berlusconiana ricopriva la carica di Ministro per la Gioventù.
Le radici culturali fasciste e quelle successive “maturate” nel regime repubblicano, servono per comprendere la predilezione della destra per uno Stato Unitario e Centralizzato che guarda alle Regioni dotate di poteri legislativi autonomi, come un elemento di eccessiva frammentazione che potrebbe minare l’autorità dello Stato e indebolire l’unità del Paese. Il punto cardine del palinsesto istituzionale di quest’area politica al Governo del Paese, se si vuole un “autentico federalismo” noi lo abbiamo recepito e scritto da tempo: elezione diretta del Presidente della Repubblica Federale.

Il Premier Silvio Berlusconi era il titolare del gruppo Fininvest che, nei primi anni ’90, si trovava in una condizione finanziaria molto delicata con le sue aziende che avevano accumulato un elevato debito finanziario, stimato in migliaia di miliardi di lire e con la magistratura che stava conducendo indagini. Senza più padrini politici, Craxi in particolare, l’imprenditore milanese ebbe un’idea brillante, scendere in campo direttamente con un suo partito, Forza Italia per uscire da una situazione economica precaria .
L’idea fu discussa nel “cerchio magico” di amici fidati. Tra questi Indro Montanelli noto giornalista, fascista in gioventù, in età repubblicana di orientamento liberal conservatore. Montanelli fu profondamente contrario alla decisione di Silvio Berlusconi di “scendere in politica”, espresse un netto dissenso che lo portò a lasciare “il Giornale” per fondare la sua testata, “La Voce”, nel 1994. La sua critica non era diretta solo al “partito-azienda” che stava nascendo, ma anche al principio stesso che un imprenditore, con i suoi interessi privati, potesse assumere la guida del Paese.
È evidente che nel triennio governativo considerato, le priorità del cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi, erano altre e ben più urgenti rispetto alla domanda di Autonomia Differenziata del Veneto.
Per un motivo o per l’altro, in quell’esecutivo di quasi vent’anni fa nessuna forza politica Lega, F.I. e A.N aveva: inclinazione e volontà di concedere più potere e forza al Veneto; in realtà tutti costoro, più o meno consapevoli, sono stati gli affossatori dell’Autonomia Differenziata.

13 settembre 2025     (1 – continua)

Enzo De Biasi

Marco Zanetti

Fonti:
https://finanza.lastampa.it/News/2025/08/19/ponte-stretto-brunetta-hub-strategico-per-italia-ed-europa+/MjdfMjAyNS0wOC0xOV9UTEI Ponte di Messina Hub strategico
“Una Costituzione per i prossimi trent’anni”, 1990 di Gianfranco Miglio -Laterza Editore

 

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