Alla Confraternita del formaggio il ricordo di Giorgio Lago con il figlio Francesco

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Confraternita del Formaggio Piave doc
Fabio Bona, Antonio Bortoli e Francesco Chiavacci Lago
Confraternita del Formaggio Piave doc
Fabio Bona, Antonio Bortoli e Francesco Chiavacci Lago

Cesiomaggiore, 04.09.2025 – Una serata per scoprire (o riscoprire) la figura e l’opera di uno straordinario interprete di uno snodo fondamentale della storia del Nordest: Giorgio Lago. Una serata che ha avuto come traccia il libro Il mio Veneto e altri scritti e un testimone diretto e autorevole, il figlio Francesco curatore, assieme a Francesco Jori, del volume.

Giorgio Lago, giornalista

E’ stato questo il tema della parte culturale della riunione mensile della Confraternita del Formaggio Piave Dop. “Una persona di grande spessore che ha inciso profondamente nella società di questa parte d’Italia” come ha ricordato, introducendo il viaggio sul filo della memoria, Fabio Bona, il presidente della Confraternita.

“Papà provava sempre una grande nostalgia per il Piave e per il Bellunese” ha ricordato Francesco. D’altra parte, con madre bellunese, di Mel oggi Borgo Valbelluna, padre padovano, e luogo di nascita vicino alla trevigiana Conegliano, per Lago non poteva essere diversamente. E, anzi, questa mescolanza delle origini lo avrebbe forse portato a dedicare un’attenzione per il Nordest che sarebbe diventata il tratto distintivo della sua attività.
Lago aveva iniziato la carriera giornalistica nel 1963 a Milano al giornale sportivo Supersport, diretto da Gianni Reif per poi passare alla redazione milanese di Tuttosport. Cinque anni dopo, nel 1968 era ritornato in Veneto per entrare nella redazione sportiva de Il Gazzettino. Fu inviato speciale a cinque campionati del Mondo di calcio e quattro edizioni dei giochi olimpici trascorrendo mesi all’estero. Poi, il 20 giugno 1984, Luigino Rossi – l’imprenditore allora presidente del Gazzettino – lo chiama alla direzione.
“Subito ci parse che lo avremo visto di più a casa, non dovendo più girare il mondo per seguire gli avvenimenti sportivi. In realtà, fu una speranza presto dimostratasi vana. La sua cura maniacale nel curare l’edizione e il sacro terrore di prendere ‘un buco’ (non dare una notizia presente nei giornali concorrenti. Ndr) lo facevano rientrare sempre a notte fonda”.
In dodici anni della sua direzione, Il Gazzettino aveva raddoppiato le copie vendute, diventando il settimo quotidiano nazionale. Poi, nel 1996 lascia la testata e diventa editorialista per il Gruppo L’Espresso (in particolare sui fenomeni del Nord-est e sulla Lega Nord di Umberto Bossi) e per i quotidiani veneti del Gruppo Finegil.
Nel settembre del 1995 scrive la Lettera aperta ad un sindaco del Nord-est. Un’anteprima di quello che sarà il Movimento dei Sindaci avviato qualche mese più tardi assieme a Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, e Giuseppe Covre, sindaco di Oderzo. L’idea che sta alla base del Movimento è centrata sul concetto di un ‘federalismo che parte dal basso, dai sindaci di paese e di città’.

“Papà è sempre stato un partigiano. Massimo rispetto per le persone ma deciso, duro nel sostenere le sue tesi; si trattasse di sport o di impegno pubblico”.
Un impegno particolarmente evidente in tema di Nordest. Lo ricorda Paolo Possamai nel suo intervento. “Il punto di partenza è rappresentato dalla questione dell’identità e della sua mobilita. E per definirla, Giorgio Lago ha sempre avuto chiarissima la necessità di reperire e illuminare i fattori comuni tra i cimbri del Verena, le comunità di lingua slovena del Carso triestino, gli autarchici veronesi, i veneziani di Pellestrina, i natii delle Basse emarginate dai grandi flussi, e via dicendo l’infinito campionario delle diversità e delle magnifiche ricchezze che illustrano il Triveneto”.

Quando, nel 1996 la sua uscita dal Gazzettino fece rumore. “Anche qui si trattò solamente di seguire le sue convinzioni. Da tempo aveva segnalato, proprio sul Gazzettino, l’anomalia che si stava concretando in Italia, con un imprenditore che si avviava a disporre di metà dei media. Critiche a questa sua visione circa il conflitto di interessi non tardarono ad emergere e questo lo indusse a lasciare”.

Nel suo articolo di congedo dopo dodici anni di direzione, Lago si definiva ‘il facchino del Nordest’: il suo ruolo di giornalista lo vedeva come quello di chi trasportava materiali, progetti, idee, per costruire l’immagine di un’area strategica per il Paese. Oggi come commenterebbe la situazione a Nordest?

“Credo nello stesso, identico modo di allora. Opponendosi con decisione, con forza a tutto ciò che, per lui, potesse significare andare contro i valori più profondi di questa gente”.

Il libro è costato tempo e fatica. “Vero. Papà aveva lasciato una sconfinata messe di materiale cartaceo – migliaia e migliaia di libri, riviste, ricordi, materiali vari, ritagli, fotografie, gadget, stipati in ogni dove. Ma nessuna copia dei suoi articoli. Aveva, infatti, usato il computer solo negli ultimi tre anni. I precedenti articoli (poco meno di 12.000. ndr) erano stati scritti con una Olivetti lettera 22. Ma, soprattutto, non ne aveva tenuto copia, perché ragionava da giornalista e non da scrittore. Così la ricerca era diventata molto ardua. Poi, un inaspettato colpo di fortuna: Lucia Ravbar, collaboratrice al Gazzettino, ci fa sapere che nel corso degli anni ha fotocopiato centinaia di articoli, raccogliendoli in faldoni. E poi la scoperta di alcuni scatoloni dove il nonno aveva diligentemente messo da parte le pagine con i suoi articoli degli anni milanesi, proprio quelli che ancora mancavano. Certo, è stato necessario scansionarli e catalogarli ma, almeno, c’erano”.