I gravi accadimenti internazionali di queste ore inducono ad una riflessione più profonda che va al di là della (sempre doverosa) analisi geopolitica e giuridica. Interessante a riguardo il pensiero orwelliano. In George Orwell (1903-1950) la guerra non è anzitutto un evento militare. È una forma del mondo. È il modo in cui il potere stabilizza la realtà, disciplina gli affetti, orienta il linguaggio e, quindi, decide ciò che può essere pensato. Per questo, quando si vuole comprendere la concezione occidentale della guerra, conviene partire non dalle armi, bensì dalle parole.
In “Politics and the English Language” del 1946 Orwell mostra che la degradazione del linguaggio non è un accidente di stile, in quanto è una tecnica di governo. Le parole opache, infatti, non chiariscono, proteggono, ovvero rendono l’atto meno visibile e, dunque, più praticabile. La violenza, ricodificata come necessità impersonale, smette, allora, di apparire come scelta e si presenta come funzione. Questa funzione, peró, ha bisogno di una grammatica morale che la mantenga intatta agli occhi di chi la sostiene. La lingua dell’intervento, della sicurezza, della neutralizzazione, costruisce un’innocenza amministrativa.
Non si dice “colpire”, si dice “prevenire”. Non si dice “distruggere”, si dice “stabilizzare”. Ciò che viene così sottratto è il peso della responsabilità, perché la responsabilità nasce quando l’atto è nominato in modo adeguato alla sua realtà. In Orwell il potere non domina soltanto imponendo decisioni: domina rendendo le decisioni narrativamente inevitabili. Nella celebre opera “1984”, pubblicata nel 1949, questa dinamica diventa architettura totale. La guerra permanente non serve primariamente a vincere un nemico, costruendo, invece, un ambiente mentale nel quale la minaccia è continua e la coscienza è addestrata. La guerra, in tale sistema, è un principio di organizzazione dell’interno, poiché produce scarsità, canalizza l’ansia, offre un oggetto semplice per l’odio e, soprattutto, giustifica l’eccezione come normalità.
La formula “la guerra è pace” non è un paradosso ornamentale. È la definizione di un ordine che trova stabilità nella mobilitazione e trova mobilitazione nella paura. La guerra non è più la rottura dell’ordine. È l’ordine stesso, assunto come stato naturale. Come si puó facilmente intuite, il nesso teoretico di “1984” è quello tra guerra e verità. Il potere che vive di guerra deve controllare non solo i confini, ma il senso delle cose. Da qui il compito di riscrivere, di cancellare, di riconfigurare. La guerra è anche una guerra sul reale e il reale è ciò che resta quando le parole non sono manipolate. In tal modo la guerra può essere dichiarata necessaria e insieme presentata come prova di moralità. Può essere eccezione e insieme abitudine. Può essere violenza e insieme cura.
“Animal Farm” del 1945 illumina lo stesso processo in forma allegorica, con un dettaglio decisivo. Il potere non deve distruggere apertamente le formule morali. Gli basta modificarle gradualmente, fino a farle diventare altro pur mantenendone la riconoscibilità e questo significa che il principio sopravvive come suono, ma perde la funzione di limite. È una lezione particolarmente pertinente per le società che si pensano immuni, poiché mostra che la deriva non richiede necessariamente un colpo di mano. Può avvenire per scivolamento, attraverso l’uso ripetuto di parole che suonano alte e che, proprio per questo, riducono la vigilanza. Il pensiero orwelliano, dunque, permette di comporre un quadro coerente. La guerra, nella modernità politica, tende a presentarsi come amministrazione della necessità. Per funzionare deve depurare il linguaggio, poiché un linguaggio netto imporrebbe un giudizio netto. Deve stabilizzare la minaccia, poiché una minaccia intermittente non regge la mobilitazione. Deve rendere plastica la verità, poiché una verità resistente fisserebbe un limite. Deve, infine, appoggiarsi a un’etica della parte, poiché una coscienza capace di vedere anche l’altro come soggetto renderebbe più difficile la trasformazione dell’avversario in pura anomalia. Da questa armonia interna discende anche una critica indiretta alla pretesa di innocenza della potenza. Orwell non offre un pacifismo di principio. Offre, al contrario, una diagnosi della facilità con cui la guerra diventa compatibile con la buona coscienza, quando la lingua e la percezione sono governate.
L’Occidente, che spesso si autodefinisce come spazio della ragione e della misura, corre un rischio specifico: credere che la propria guerra sia sempre diversa, sempre più razionale, sempre più morale.
In Orwell, invece, la differenza decisiva non è tra chi fa guerra e chi non la fa. È tra chi mantiene vivo il vincolo della parola vera e chi lo spegne, tra chi conserva la fatica del giudizio e chi la sostituisce con formule. Per questo l’atto iniziale, in senso orwelliano, non è la denuncia generica, né la celebrazione di parte. È un gesto più sobrio e più radicale: riportare le parole alla loro realtà.
Chiamare guerra ciò che è guerra. Chiamare violenza ciò che è violenza. Chiamare scelta ciò che viene presentato come necessità.
In questa restituzione comincia il limite e, nel limite, comincia una politica che non confonde la sicurezza con la permanenza dell’eccezione. Orwell non promette che la verità vinca, ma mostra che senza verità la guerra vince sempre, perché non incontra più resistenza nella coscienza.
Daniele Trabucco
