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Effetti della guerra in Medio Oriente. Stretto di Hormuz: il collo di bottiglia che condiziona l’economia mondiale

Un blocco della cruciale via marittima tra Iran e Oman metterebbe in ginocchio le superpotenze asiatiche e colpirebbe duramente l’Europa. Ecco chi rischia di più.

2 marzo 2026

Lungo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto, lo Stretto di Hormuz rappresenta il cuore pulsante del commercio energetico globale. Situato tra Iran, Oman ed Emirati Arabi Uniti, questo passaggio vede transitare ogni giorno quasi 17 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 20% dell’intera fornitura mondiale.

Se l’Iran dovesse decidere di chiudere questa via marittima, le onde d’urto non sarebbero solo geopolitiche, ma scatenerebbero una crisi economica senza precedenti. Ma chi pagherebbe il prezzo più alto?

L’Asia sul filo del rasoio: India e Cina in prima linea

I giganti asiatici sono i più esposti a un eventuale blocco. L’India importa l’85% del suo fabbisogno petrolifero, e di questo ben il 60% proviene dal Medio Oriente. Un’interruzione porterebbe i prezzi del carburante alle stelle, causando turbolenze industriali e massicce perdite di posti di lavoro.

Non va meglio alla Cina, il più grande importatore mondiale di greggio. Nonostante gli oleodotti costruiti con Russia e Asia Centrale, Pechino dipende per il 40% dalle importazioni che passano per Hormuz. Un blocco farebbe tremare l’economia cinese con ripercussioni immediate sull’intero mercato globale.

Giappone e Paesi del Golfo: la minaccia interna

Il Giappone si trova in una posizione di estrema vulnerabilità, ricevendo il 75% del suo petrolio totale proprio attraverso questo stretto. Anche i paesi produttori non sono immuni: l’Arabia Saudita vedrebbe bloccato tra l’80% e il 90% delle sue esportazioni, con il rischio concreto di un intervento militare per riaprire le rotte.

L’eccezione del Pakistan e la resistenza degli Emirati

Il Pakistan presenta uno scenario peculiare: sebbene riceva il 90% del petrolio da Hormuz, la vicinanza geografica con l’Iran potrebbe spingere il Paese a cercare accordi diretti e “silenziosi” con Teheran per evitare il collasso.

Gli Emirati Arabi Uniti, pur essendo fortemente dipendenti dal passaggio (72% delle esportazioni), dispongono di una via di fuga: l’oleodotto Habshan-Fujairah, che permette di aggirare lo stretto per circa il 60% del loro petrolio. Tuttavia, perdere il restante 40% rimarrebbe un colpo durissimo per le loro casse.

E l’Europa?

Sebbene meno dipendente rispetto all’Asia, l’Europa (con Italia, Francia e Germania in testa) riceve circa il 10% del suo fabbisogno attraverso Hormuz. In un mercato energetico già teso, una riduzione della fornitura di questa portata spingerebbe i prezzi verso nuovi record, alimentando l’inflazione in tutto il continente.

Hormuz non è solo un tratto di mare, è l’interruttore dell’economia moderna. E oggi, quell’interruttore appare più fragile che mai.

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