PFAS, scontro sui 10 milioni per il collettore ARICA. Guarda (AVS): «Si sposta lo sporco sotto il tappeto»

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Cristina Guarda, eurodeputata
Cristina Guarda, eurodeputata

L’eurodeputata Cristina Guarda attacca la scelta della Regione Veneto di prolungare lo scarico nel Fratta Gorzone: «Dieci milioni per un tubo che non elimina l’inquinamento, ma lo sposta solo più a valle».

Vicenza, 21 gennaio 2026 – Dieci milioni di euro per allungare di quattro chilometri un tubo, senza però intervenire sulla qualità dell’acqua che vi scorre dentro. È questa la sostanza del provvedimento approvato dalla Giunta regionale del Veneto riguardante il collettore del Consorzio ARICA, l’infrastruttura che raccoglie gli scarichi industriali dell’area vicentina per convogliarli verso il fiume Fratta Gorzone.

La decisione ha sollevato un polverone di polemiche, guidate da Cristina Guarda, eurodeputata dei Verdi (Alleanza Verdi e Sinistra), che definisce l’opera come «l’ennesima infrastruttura inutile mascherata da sostenibilità».

La polemica: «Un’opera che non bonifica»

Il progetto prevede lo spostamento dello scarico quattro chilometri più a valle rispetto alla posizione attuale. Un intervento che, secondo Guarda, non tocca minimamente il cuore del problema: la presenza di sostanze inquinanti, a partire dai PFAS, che continuano a fluire nel sistema idrico.

«Spostare lo scarico non risolve nulla, è come spostare lo sporco sotto il tappeto del vicino», attacca l’eurodeputata. «Quest’acqua inquinata viene poi utilizzata per irrigare i campi, entrando direttamente nella filiera alimentare che arriva sulle nostre tavole. Spendere dieci milioni di euro per un’opera che non elimina un solo grammo di inquinamento è una mancanza di rispetto verso i cittadini e gli agricoltori».

Allarme per l’agricoltura e la salute

Il timore espresso dai rappresentanti di AVS riguarda l’impatto a lungo termine sulla salute pubblica e sull’economia agricola del territorio. La critica centrale alla Regione è quella di gestire l’emergenza con una “logica dello spostamento” anziché con una strategia di bonifica e prevenzione alla fonte.

Mentre i fondi vengono destinati all’ampliamento della rete di scarico, resterebbero infatti “a zero” gli investimenti per obbligare o accompagnare le aziende verso cicli produttivi chiusi o per implementare sistemi di depurazione avanzata capaci di fermare le emissioni industriali.

Il fronte del “No”: sindaci e territorio

Cristina Guarda non è sola nella sua battaglia. Il suo intervento dà voce anche al malcontento dei territori direttamente interessati, in particolare ai sindaci di Minerbe e Pressana. I primi cittadini chiedono da tempo che quelle risorse vengano dirottate su interventi reali di riqualificazione ambientale.

«Il Veneto deve decidere se continuare a rincorrere le emergenze o se iniziare finalmente a proteggere i beni comuni», conclude Guarda. «L’acqua, l’aria e la terra sono ciò che ci permette di vivere: investire nella loro protezione non è un costo, ma l’unico modo per garantire la nostra sopravvivenza».