Agricoltura e rinnovabili, passa l’emendamento De Carlo: tetti rigidi al fotovoltaico per salvare i campi

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Luca De Carlo - Senatore
Luca De Carlo – Senatore

Il Dl Transizione 5.0 fissa nuovi limiti: gli impianti green non potranno occupare più del 3% della superficie agricola. De Carlo (FdI): “Proteggiamo il suolo”. Ma il settore delle rinnovabili lancia l’allarme: “Obiettivi 2030 a rischio”

Roma, 8 gennaio 2026 –  La sfida della transizione ecologica italiana passa per un delicato equilibrio tra indipendenza energetica e tutela del patrimonio agricolo. L’ultimo tassello di questo mosaico è l’approvazione dell’emendamento al Dl Transizione 5.0 firmato dal senatore di Fratelli d’Italia Luca De Carlo, presidente della Commissione Agricoltura al Senato. La norma introduce paletti stringenti per l’installazione di impianti da fonti rinnovabili su suolo agricolo, definendo criteri precisi per le “aree idonee”.

Il cuore del provvedimento stabilisce che le aree agricole qualificabili come idonee dalle Regioni dovranno rientrare in un range rigoroso: non meno dello 0,8% e non oltre il 3% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU).

Inoltre, per evitare concentrazioni eccessive in zone specifiche, Regioni e Province autonome avranno il potere di differenziare questi limiti per ogni singolo comune. Il calcolo della superficie occupata includerà anche gli impianti agrivoltaici già esistenti, aumentando di fatto la restrizione per nuove installazioni.

De Carlo: “Il suolo è la nostra vera ricchezza”
“L’obiettivo è preservare il suolo, una delle nostre più grandi ricchezze”, ha dichiarato il senatore De Carlo. “In un contesto geopolitico globale instabile, non possiamo permetterci di sottrarre terreno alla produzione alimentare. Investiamo nell’energia green, ma senza sacrificare un pilastro che dà reddito e lavoro a oltre un milione di persone”.

L’emendamento apre tuttavia una finestra di flessibilità: le Regioni potranno includere tra le aree idonee anche i terreni agricoli cosiddetti “sfavorevoli”, come quelli situati entro i 500 metri da zone industriali, commerciali o artigianali, già tradizionalmente considerati adatti alla trasformazione energetica.

Le voci critiche: il “freno” alla transizione
Nonostante il plauso delle associazioni agricole (come Coldiretti, da sempre schierata contro il “fotovoltaico selvaggio”), il provvedimento ha sollevato forti perplessità tra gli operatori del settore energetico e le associazioni ambientaliste.

Il rischio rallentamento: Associazioni come Italia Solare e Elettricità Futura hanno spesso evidenziato come l’imposizione di limiti così stringenti rischi di rendere impossibile il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione previsti dal PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) entro il 2030. Secondo i produttori, il fotovoltaico occupa oggi meno dello 0,1% del territorio nazionale e i nuovi obiettivi europei richiederebbero una quota che rimarrebbe comunque ampiamente sotto il 1% della SAU.

La burocrazia regionale: Molti analisti temono che delegare alle Regioni la definizione dei limiti comunali possa creare una “giungla normativa”, con tempistiche autorizzative che si allungano ulteriormente e disparità di trattamento tra territori confinanti.

L’ambiguità sull’agrivoltaico: Se da un lato il governo promuove l’agrivoltaico avanzato (quello che permette la coltivazione sotto i pannelli sollevati), l’inclusione di questi impianti nel conteggio del tetto massimo del 3% viene vista dai critici come un controsenso che penalizza proprio le tecnologie più innovative e meno impattanti.

Con l’approvazione di questo emendamento, la palla passa ora alle Regioni, che avranno il compito di mappare i territori entro i nuovi limiti stabiliti. Resta da vedere se questo “scudo” per le campagne riuscirà a convivere con l’urgenza di installare circa 70-80 GW di nuove rinnovabili nei prossimi sei anni per rispettare gli impegni internazionali dell’Italia.