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venerdì, Febbraio 27, 2026
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Un’escursione in montagna ricordando Bepi Zanfron

Con gli amici questo weekend si decide di fare un’ennesima escursione, dato che il tempo è buono e le giornate un po’ più lunghe. Ma si sceglie un tratto breve e facile, che sta comunque a mezza costa, senza discostarsi troppo dal paese. Con L* e G* i miei fedelissimi amici della domenica, passeggiamo sereni, ammiriamo il paesaggio e ci prendiamo le giuste pause per riposare e per rifocillarci. L* ha sempre con sé nello zaino provviste per tutti e invece G* pensa sempre alle bevande. Tra un panino e un goccio di rosso, seduti su una panchina del facile sentiero che interrompiamo verso mezzogiorno, G* comincia a raccontare di alcuni fatti accaduti di recente, poi si rattrista e ci dice che purtroppo in settimana è scomparso un grande uomo, un personaggio noto del Bellunese, che aveva legato la sua fama alle foto della tragedia del Vajont.

Bepi Zanfron

Ah sì – dice L* – parli di Bepi Zanfron, il fotografo che ha immortalato per primo la tragedia del 9 ottobre del ’63. Lo conoscevano in molti anche come fotografo dei papi che spesso son venuti qui in Cadore per le loro vacanze, da Papa Luciani a Wojtila e dei presidenti quali Cossiga, Ciampi, Napolitano. Pare che abbia fatto anche l’attore nel film Vajont di Martinelli.
No, ribatto io, è stato suo figlio a interpretare il ruolo del padre.
Poi riprende il filo G* e dice che se lo ricorda qualche volta quando andava con suo padre a vedere il Giro d’Italia: Zanfron aveva sempre un cappellino di traverso e la sua fedelissima macchina fotografica, una Comet Bencini agli inizi, con la quale faceva scatti bellissimi. Per fortuna la sua memoria non resterà legata solo alla tristissima tragedia del Vajont ma anche agli scatti di sport cui si era dedicato in gioventù… e non solo ciclismo; gli piaceva anche immortalare gli sciatori che si lanciavano ebbri di adrenalina sulle candide piste di Cortina e dintorni.

Mentre parliamo di questo, passa un signore che conosce L*e G* e si ferma a salutarli. Ha un quotidiano sottobraccio e gli chiedo se gentilmente me lo presta per uno sguardo veloce: nelle prime pagine trovo le foto del Vajont, i famosi scatti di Bepi Zanfron che sono serviti anche alla Procura della Repubblica per la ricostruzione della tragedia e per il processo. Ma poi scorgo anche delle foto in cui sta con campioni dello sport come Rivera o altri.
Mi distrae lo squillo di un telefono; non è il mio, anche se la suoneria è la stessa. Il signore risponde e dice che se ne deve andare. Gli ridò a malincuore il giornale e torno dai miei amici. Nel frattempo il sentiero si è fatto un po’ meno luminoso e i trekkers della domenica camminano lenti quasi di malavoglia. Persino la montagna pare un po’ più cupa. Sarà la mia immaginazione, ma pare che la natura a volte senta più degli uomini il nostro stato d’animo.
A distrarmi, ci pensa una giovanissima coppia, avranno sì e no 18 anni: si piazzano nel centro del sentiero con il paesaggio alle loro spalle. Hanno uno di quei bastoncini allungabili che serve per farsi i selfie (oggi chiamano così gli autoscatti) col telefonino. Sorridono e si divertono. Scattano, scattano e ancora scattano.
Chissà cosa ne penserebbe il caro Bepi se fosse qui.
E senza volere mi sfugge un “lassù” a cui fa eco la montagna dicendo: su, su, suuuuuu.

Bruna Mozzi

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