{"id":16175,"date":"2010-06-11T08:50:04","date_gmt":"2010-06-11T07:50:04","guid":{"rendered":"http:\/\/www.bellunopress.it\/?p=16175"},"modified":"2010-06-11T08:50:04","modified_gmt":"2010-06-11T07:50:04","slug":"ddl-intercettazioni-passa-la-fiducia-in-senato-%e2%80%9cblack-out-dell%e2%80%99informazione-il-9-luglio-da-venerdi-11-giugno-giornali-listati-a-lutto%e2%80%9d","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bellunopress.it\/fr\/2010\/06\/11\/ddl-intercettazioni-passa-la-fiducia-in-senato-%e2%80%9cblack-out-dell%e2%80%99informazione-il-9-luglio-da-venerdi-11-giugno-giornali-listati-a-lutto%e2%80%9d\/","title":{"rendered":"Ddl intercettazioni, passa la fiducia in Senato  \u201cBlack out dell\u2019informazione il 9 luglio da venerd\u00ec 11 giugno giornali listati a lutto\u201d"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.bellunopress.it\/wp-content\/uploads\/2009\/06\/bavaglio.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-5542\" title=\"bavaglio\" src=\"http:\/\/www.bellunopress.it\/wp-content\/uploads\/2009\/06\/bavaglio.jpg\" alt=\"\" width=\"185\" height=\"220\" \/><\/a><a href=\"http:\/\/www.bellunopress.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/no-alla-legge-bavaglio-leggeriss.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-16176\" title=\"no-alla-legge-bavaglio-leggeriss\" src=\"http:\/\/www.bellunopress.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/no-alla-legge-bavaglio-leggeriss.jpg\" alt=\"\" width=\"152\" height=\"72\" srcset=\"https:\/\/www.bellunopress.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/no-alla-legge-bavaglio-leggeriss.jpg 152w, https:\/\/www.bellunopress.it\/wp-content\/uploads\/2010\/06\/no-alla-legge-bavaglio-leggeriss-150x72.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 152px) 100vw, 152px\" \/><\/a>Bellunopress aderisce all&#8217;invito della Fnsi sulla &#8221;giornata del silenzio per la stampa italiana contro il ddl intercettazioni&#8221;. Poich\u00e9, come ha detto Edward Luttwak, economista e politologo statunitense \u201cIn tutto il mondo civile ogni giornalista pu\u00f2 pubblicare quello che vuole, anche un milione di intercettazioni, al massimo paga con la prigione chi ha spifferato, ma la libert\u00e0 di stampa non si tocca\u201d.\u00a0 Un diritto sancito dalla Costituzione che all\u2019art.21 afferma\u00a0 \u201cTutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione\u201d e al comma II affermarono la libert\u00e0 incondizionata: \u201cLa stampa non pu\u00f2 essere soggetta ad autorizzazioni o censure\u201d, proteggendo cos\u00ec la libert\u00e0 di espressione dall\u2019azione censoria dei prefetti fascisti subita nel Ventennio. Solo la magistratura oggi, in base all\u2019art. 21 Cost., e con legge n. 645 del 1952 art. 8, ha ill potere di sequestrare giornali e pubblicazionii per apologia del fascismo. Anche internet, qualora \u201cdiffuso al pubblico con periodicit\u00e0 regolare\u201d diventa \u201cprodotto editoriale\u201d in base alla Lgge n. 62 del 2001 e quindi soggetto alla legge sulla stampa (obbligo di indicazione di luogo, data di pubblicazione, nome del proprietario e di registrazione presso il tribunale). Quello che sta accadendo oggi, con l\u2019approvazione del ddl sicurezza che prevede una serie di sanzioni per editori e giornalisti che pubblichino le intercettazione, configura l\u2019ipotesi di violazione ai principi costituzionali per violazione ai diritti primari di libert\u00e0. Oltre a contribuire a fare retrocedere ulteriormente l\u2019Italia nella classifica mondiale della libert\u00e0 di stampa.<br \/>\n\u00a0<br \/>\n<strong><a href=\"http:\/\/www.bellunopress.it\/wp-content\/uploads\/2009\/07\/mussolini-e-hitler-incontro-villa-gaggia-copia.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-6210\" title=\"mussolini-e-hitler-incontro-villa-gaggia-copia\" src=\"http:\/\/www.bellunopress.it\/wp-content\/uploads\/2009\/07\/mussolini-e-hitler-incontro-villa-gaggia-copia.jpg\" alt=\"\" width=\"125\" height=\"97\" \/><\/a>Quando nel 1923 fu deciso di imbavagliare l&#8217;informazione<\/strong>\u00a0\u00a0\u00a0<br \/>\nEcco come nel luglio del 1923 il Governo guidato da Benito Mussolini attu\u00f2 una serie di provvedimenti per mettere il bavaglio ai giornalisti e all&#8217;informazione. Fu l&#8217;inizio di una drammatica stagione che port\u00f2 al Regime fascista\u00a0\u00a0\u00a0<br \/>\n\u2026.. Il vero obiettivo di Mussoli\u00adni doveva rivelarsi a distanza di pochi mesi. A giugno aveva inviato una circolare ai prefetti chiedendo di avere \u201ctelegraficamente notizie su stampa locale nei confronti atteggiamento verso Governo\u201d e l\u201911 luglio il Consiglio dei ministri condividendo il parere del capo del fascismo \u201csugli abusi a cui si abbandonano senza ritegno taluni organi della stampa italiana\u201d , affid\u00f2, su proposta del ministro Di Cesar\u00f2, al guardasigilli, Oviglio e ai ministri Carnazza e Federzoni l\u2019incarico di presentare per il giorno successivo uno schema di provvedimenti necessari a \u201cprevenire e reprimere energicamente e immediatamente gli abusi e i delitti di talune pubblicazioni\u201d. Nel comunicato governativo Mussolini specific\u00f2 che \u201cfin dal novembre scorso aveva preparato vari schemi di provvedimenti\u201d contro gli abusi della stampa, ma ne aveva sempre dilazionato la presentazione, \u201csperando in un ravvedimento che nonsi \u00e8 verificato\u201d. Nella mattinata del giorno successivo, mentre i giornali si chiedevano cosa in realt\u00e0 celassero le parole del presidente del Consiglio e Il Mondo si domandava \u201cse per misure preventive\u201d dovesse intendersi \u201cla restaurazione del sequestro o della censura, cio\u00e8 di odiose misure, che ci ricaccerebbero indietro di molti anni nella storia delle nostre libert\u00e0\u201d, l\u2019on. Chiesa present\u00f2 in Parlamento un\u2019 interrogazione al Governo e al Guardasigilli \u201csull\u2019attendibilit\u00e0 di una ordinanza contro la libert\u00e0 di stampa\u201d, seguito dai socialisti unitari che chiedevano spiegazioni al Governo per un regolamento che \u201csovverte e annulla\u201d i principi dell\u2019editto sulla stampa e dai socialisti massimalisti che protestavano per il tentativo di togliere ai giornali il diritto di critica e la libert\u00e0 di discussione. La risposta arriv\u00f2 nella nottata dello stesso giorno. Il Consiglio dei ministri, a conclusione dei suoi lavori, prendendo atto che la mancanza di un regolamento sull\u2019editto della stampa del \u201948 aveva determinato \u201cun manifesto abuso di quella libert\u00e0 saviamente concessa alla stampa fino al punto di falsare il concetto fondamentale della legge\u201d, approvava uno schema di regolamento, che introduceva l\u2019obbligo che il gerente di un giornale dovesse essere il direttore del giornale stesso o comunque un suo redattore, vietava ai senatori, ai deputati e a quanti fossero stati condannati per due volte per reati commessi a mezzo stampa di essere gerenti responsabili di un giornale,affidava ai prefetti la facolt\u00e0 di negare il riconoscimento della qualit\u00e0 di gerente a chi fosse privo dei requisiti richiesti, e di intervenire,\u201csalva l\u2019azione penale\u201d, nei confronti dei gerenti dei giornali in caso di pubblicazione di \u201cnotizie false o tendenziose\u201d tese a dan\u00adneggiare &#8220;il credito nazionale all&#8217;interno od all&#8217;estero\u201d o a destare \u201cingiustificato allarme nella popolazione\u201d ovvero a dare \u201cmotivi di turbamento dell&#8217;ordine pubblico&#8221;, o articoli e commenti che istigassero \u201ca commettere reati\u201d o eccitassero \u201call&#8217;odio di classe o alla disobbedienza alle leggi o agli ordini delle autorit\u00e0&#8221;. In tutti questi casi il prefetto aveva il potere di in\u00adtervenirecon la diffida o con la dichiarazione di decadenza, dopo due diffide, del gerente responsabile della pubblicazione, sospendendo, di fatto, la pubblicazione stessa. La diffida doveva essere pronunciata dal prefetto con decreto motivato, udito il parere di una commissione composta da un giudice, in qualit\u00e0 di presidente, da un sostituto procuratore del Re e da unrappresentante dei giornalisti nominato dall\u2019Associazione della Stampa di competenza territoriale.<br \/>\nSi trattava di un provvedimento pesantemente lesivo della libert\u00e0 di opinione teso a imbavagliare la stampa e le voci delle opposizioni,giu\u00adstificato con l&#8217; obbligo del governo &#8220;assoluto e categorico&#8221; di &#8220;intervenire o per prevenire o per rapidamente colpire&#8221; &#8220;l&#8217;opera sobillatrice e nefasta&#8221; delle opposizioni. Nello stesso giorno della diffusione del testo del regolamento, La Stampa di Frassati esprimeva un giudizio particolarmente caustico sulla creazione, mediante un regolamento, di un nuovo istituto giuridico, quello della diffida, che soltanto la volont\u00e0 del legislatore avrebbe potuto introdurre nell\u2019ordinamento e che rappresentava \u201cun arma fortissima per gli abusi del potere esecutivo e per la soppressione della libert\u00e0 di stampa, anzi addirittura dei giornali\u201d\u2026\u2026\u2026<br \/>\n\u2026.Il 15 luglio l\u2019on. Chiesa, mentre si esauriva la discussione parlamentare sulla nuova legge elettorale, depositava alla Camera un ordine del giorno che considerando necessario garantire \u201cin modo assoluto\u201d per l\u2019esercizio delle funzioni elettorali \u201cla libert\u00e0 di opinione con la stampa\u201d invitava il Governo a non prendere \u201cmisure restrittive in ordine al regime della pubblica stampa\u201d. Nell\u2019illustrare l\u2019ordine del giorno Chiesa sostenne di averlo presentato proprio in quella occasione perch\u00e9 ciascuno nell\u2019esprimere il proprio voto si assumesse sul problema la propria responsabilit\u00e0 e invitava il Governo ad abbandonare il progetto e l\u2019incostituzionale regolamento sulla stampa \u201cche \u00e8 vergogna per qualunque civilt\u00e0 moderna\u201d. Alla fine della discussione sulla legge elettorale, mentre tutti gli altri ordini del giorno venivano ritirati, Chiesa mantenne il suo perch\u00e9 in quel momento il decreto bavaglio incombeva \u201ccome un\u2019oltraggiosa minaccia contro la maggiore delle libert\u00e0 politiche\u201d. Per indurlo al ritiro l\u2019on. Gray parl\u00f2 con il Presidente del Consiglio, che invit\u00f2 Chiesa al banco dei ministri. Dopo averne letto l\u2019ordine del giorno, Mussolini assicur\u00f2 il parlamentare repubblicano che il decreto sulla stampa non sarebbe entrato in vigore. Solo a quel punto Chiesa si convinse a ritirarlo, riaffermando che i diritti della stampa non dovessero essere violati. Due giorni dopo l\u2019on. Acerbo comunic\u00f2 a Chiesa che Mussolini gli aveva ordinato di non presentare pi\u00f9 il decreto con il regolamento sulla stampa alla Corte dei Conti. Ma anche senza il decreto il Governo era, comunque, intenzionato a limitare la libert\u00e0 di espressione, utilizzando ogni mezzo possibile. A giugno, il prefetto di Trieste, invocando l\u2019art.3 della legge provinciale e comunale aveva fatto sequestrare il giornale comunista Il Lavoratore. L\u2019episodio era stato oggetto di tre interrogazioni parlamentari, alle quali il sottosegretario Finzi aveva risposto in aula a luglio, proprio mentre era discussione la legge elettorale e Mussolini faceva intendere che il decreto sarebbe rimasto in un cassetto. Agli interroganti, che si ostinavano a sostenere l\u2019inapplicabilit\u00e0 di una legge amministrativa per limitare diritti sanciti da norme di diritto pubblico, che presiedevano alla libert\u00e0 della stampa, Finzi aveva risposto riaffermando il diritto del Governo, anzi il suo \u201cobbligo categorico ed assoluto\u201d di intervenire per prevenire gli \u201cabusi\u201d della stampa \u201csenza preoccuparsi punto delle immancabili recriminazioni dicoloro che soprattutto della stampa vogliono avvalersi come di un elemento di disgregazione sociale, di preconcetta rabbiosa opposizione al Governo\u201d.<br \/>\nPochi giorni dopo, nella mattinata del 22 si riun\u00ec il Comitato direttivo della Federazione e nel primo pomeriggioalle 15 iniziarono i lavori del Consiglio generale. In assenza di Barzilai, che aveva inviato a Meoni una lettera per giustificare la sua assenza a seguito delle dimissioni che il giorno precedente aveva rassegnato dalla carica di presidente della Romana, il consiglio fu presieduto dallo stesso Meoni che spieg\u00f2 come, in considerazione della delicatezza dell\u2019argomento, il Comitato direttivo non avesse voluto presentare in Consiglio nessun documento, lasciando ciascuno libero di esprimere le proprie valutazioni. L\u2019auspicio del Comitato era che dal Consiglio uscisse un documento unitario che in quanto tale potesse esprimere all\u2019esterno la posizione chiara di tutta la categoria e anche per questo gli ordini del giorno approvati dalle singole associazioni non erano stati resi pubblici. La discussione, come era prevedibile, fu molto lunga e si protrasse per oltre cinque ore e alla fine si decise di affidare ad una commissione ristretta, composta da Meoni, Calza, Guarino, Parisi, Pellizzari, Rossi e Sobrero, il compito di mettere a punto il documento conclusivo, che fu approvato all&#8217;una\u00adnimit\u00e0. In esso, pur condividendosi la necessit\u00e0 di riformare l\u2019obsoleto istituto del gerente, si ribadiva che le leggi vigenti erano sufficienti a regolare il corretto funzionamento della stampa e che qualunque modifica si rendesse necessaria doveva essere introdotta con lo strumento della legge. Si respingevano, comunque, con fermezza le disposizioni sulla diffida affidata ad organi del potere esecutivo, giudicandole inaccet\u00adtabili &#8220;in quanto paralizzerebbero la funzione della stampa e renderebbero praticamente impossibile l&#8217;esplicazione dell&#8217;opera professionale del giornalista anche esercitata con la maggiore diligenza e rettitudine di intenti&#8221;. Con lo stesso documento il Consiglio generale invi\u00adtava il Governo a sospendere il provvedimento.<br \/>\nIl giorno dopo una delegazione della Federazione, guidata da Meoni, si incontrava a mezzogiorno con il Presidente del Consiglio. Mussolini, che aveva gi\u00e0 deciso di non dare corso al provvedimento, da abile giocoliere, convinto che con i \u201ccolleghi\u201d giornalisti si potesse usare la politica del bastone e della carota, pur dichiarando di non poterne condividere alcune parti, \u201dper ragioni evidenti\u201d, sostenne che il documento federale era \u201cnel complesso\u201d, &#8220;abbastanza obiettivo&#8221;, facendo intendere che la Fe\u00adderazione della Stampa lo avesse, alla fine, convinto. Ma quali fossero le sue reali intenzioni lo si leggeva chiaramentenel comunicato ufficiale, diramato al termine dell&#8217;incontro, nel qua\u00adle il capo del Governo &#8220;accoglieva l&#8217;augurio rivoltogli dalla commissione e, cio\u00e8, che la condotta della stampa italiana fosse tale da non rendere necessaria l&#8217;applicazione dei provvedimenti&#8221; annunciati. Una dichiarazione apparentementecompromissoria e conciliativa, ma che di fatto costituiva una vera e propria mi\u00adnaccia contro gli avversari del fascismo. Non a caso, Mussolini, che leggeva con attenzione tutti i giornali di opposizione, consegnava, come confesser\u00e0 Cesare Rossi, quotidianamente al suo segretario i ritagli de La Voce Repubblicana, l\u2019Unit\u00e0, La Giustizia e l\u2019Avanti!, che contenevano i nomi dei sottoscrittori perch\u00e9 fossero trasmessi ai fiduciari provinciali e locali del partito che li \u201cpurgavano o minacciavano o bastonavano\u201d. Per parte sua l\u2019ufficio stampa della Presidenza del Consiglio allarg\u00f2 la sua rete di informatori prezzolati e inizi\u00f2 a fare largo uso delle intercettazioni telefoniche\u2026..<\/p>\n<p>(luglio 1924)<br \/>\n\u2026\u2026 Mussolini, che avrebbe superato anche grazie alla sostanziale connivenza della monarchia questa fase critica, era consapevole che dopo aver conquistato il parlamento, non gli restava, per mettere a tacere le opposizioni, ma anche le frange oramai incontrollabili dell\u2019estremismo fascista, che porre un freno alla stampa, divenuta particolarmente aggressiva dopo la scomparsa di Matteotti e fonte di disordini di piazza. Subito dopo il rimpasto governativo conseguente alle elezioni dell\u2019aprile, impose al Governo nella riunione dell\u20198 luglio l&#8217;immediata attuazione dei provvedimenti sulla stampa, congelati nel luglio dell&#8217;anno precedente, e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale quello stesso giorno. Soltanto 5 giorni prima, rispondendo al ministro Giuriati, che si lamentava per gli attacchi di alcuni giornali al suo operato, Mussolini gli aveva scritto \u201cla libert\u00e0 di stampa esiste fino a prova contraria\u201d. Al ministro degli interni Federzoni che in consiglio dei ministri aveva sostenuto che l\u2019ordine pubblico era minacciato dalle \u201cpolemiche intemperanti e le notizie false o tendenziose, con le quali parte della stampa eccita e fuorvia le correnti della opinione pubblica\u201d, Mussolini aveva prontamente risposto cha per \u201cinfrenare gli eccessi della stampa di opposizione e insieme le esuberanze polemiche dei fascisti\u201d c\u2019era gi\u00e0 il provvedimento del 15 luglio del \u201923. Bastava renderlo immediatamente operativo.<br \/>\nLa sera di quello stesso 8 luglio il consiglio direttivo dell\u2019Associazione della Stampa di Roma, riunitosi d\u2019urgenza, votava all\u2019unanimit\u00e0 un ordine del giorno che giudicava il decreto sulla stampa \u201cin contrasto con la lettera e con lo spirito della nostra legge statutaria\u201d perch\u00e9 affidava \u201call\u2019insindacabile giudizio di merito dell\u2019autorit\u00e0 politica un procedimento che pu\u00f2 condurre alla soppressione pressocch\u00e8 immediata di un giornale o di una pubblicazione periodica\u201d. L\u2019Associazione romana riaffermava \u201cil principio e il diritto della libert\u00e0 di stampa, limitato solo dalla legge e solo reprimibile dal magistrato\u201d, principio sul quale concordavano \u201ctutti i Consigli Direttivi e tutte le assemblee dei soci, composti quelli e queste di uomini delle pi\u00f9 diverse parti politiche\u201d. L\u2019ordine del giorno si concludeva con un appello \u201cai giornali e ai giornalisti italiani perch\u00e9 da un\u2019azione solidale risulti in modo imponente quale sia il pensiero e il sentimento della stampa nazionale su questa fondamentale questione\u201d. Il giorno successivo, il Regolamento, sotto forma di decreto-legge, era gi\u00e0 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, ma con l\u2019aggiunta di due nuovi articoli, di non poco conto, assenti nel testo dell\u2019anno precedente. L\u2019uno prevedeva che in caso di violazione delle disposizioni sulla stampa i giornali dovevano essere sequestrati e che il sequestro sarebbe stato \u201ceseguito dall\u2019autorit\u00e0 di pubblica sicurezza senza che occorra speciale autorizzazione\u201d, l\u2019altro prevedeva che per tutti i reati \u201cdi stampa o commessi a mezzo della stampa\u201d si sarebbe proceduto per \u201ccitazione direttissima\u201d. Il sequestro preventivo dei giornali era stato abrogato con legge del 28 giugno 1906, la sua reintroduzione mediante regolamento era, quindi, quantomeno dubbia sul piano della costituzionalit\u00e0.<br \/>\nMa il Regolamento prevedeva anche un\u2019altra modifica, dettata dalle reazioni negative espresse dalla Federazione della Stampa, oltre che da molte Associazioni territoriali. Laddove si introducevano le commissioni incaricate di dare il loro parere sulle diffide. Mentre nel testo del \u201923 si affermava che di ogni commissione avrebbe dovuto far parte \u201cun rappresentante della classe giornalistica nominato dalla locale Associazione della Stampa, ove esista\u201d, nel testo pubblicato ora si aggiungeva che in mancanza della Associazione diStampa territoriale, il rappresentante dei giornalisti sarebbe stato nominato dal presidente del Tribunale\u2026..<br \/>\n(giugno-dicembre 1925)<br \/>\n\u2026. Mussolini, per isolare la dirigenza federale e chiudere la partita con la stampa,il 20 giugno del &#8217;25 al termine dello svolgimento dei lavori della Camera, approfittando della quasi totale assenza di parlamentari della ormai ridotta opposizione, propose per lo stesso giorno la seduta notturna per l\u2019approvazione del disegno di legge, messo a punto dai ministri degli interni e della giustizia, che trasformava definitivamente in legge i decreti del \u201923 e del \u201924 e prevedeva nuove disposizioni sulla stampa. Il disegno di legge esaminato e modificato dalla commissione parlamentare presieduta da Andrea Torre, relatore Filippo Ungaro, che aveva recepito gran parte degli emendamenti Amicucci, fu portato all\u2019approvazione di un\u2019aula, priva, ad eccezione dei parlamentari comunisti, di opposizione\u2026\u2026Avuta la maggioranza necessaria per la seduta notturna (247 voti a favore e 44 contrari) la Camera pass\u00f2 alla discussione nel merito dei provvedimenti, dopo che il relatore Ungaro aveva concluso il suo intervento sostenendo che \u201cil disegno di legge non nega alcuna libert\u00e0, ma riafferma una responsabilit\u00e0 che deve essere profondamente sentita ed eleva la dignit\u00e0 del giornalismo italiano\u201d. Messi in votazione, praticamentesenza dibattito, i provvedimenti furono, cos\u00ec, approvati dalla Camera, a scrutinio segreto, quasi all\u2019unanimit\u00e0. Su 266 votanti la legge sulla stampa ebbe 261 voti favorevoli, la conversione in legge dei decreti 263&#8230;..Approvati dalla Camera, i disegni di legge furono trasferiti al Senato, dove, dopo l\u2019esame della competente commissione arrivarono nel mese di dicembre in aula, relatore Vittorio Rolandi-Ricci. In Senato la discussione, seguita con attenzione da Mussolini, presente ai lavori di tutte le sessioni, fu decisamente pi\u00f9 ampia di quella, praticamente inesistente per l\u2019assenza delle opposizioni aventiniane, che si era avuta alla Camera nella notte del 20 giugno\u2026\u2026 Subito dopo, i tre disegni di legge furono messi in votazione e definitivamente approvati con 150 voti a favore e 46 contrari. La legge sulla stampa, datata 31 dicembre 1925, n. 2307, fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del successivo 5 gennaio.<br \/>\nCon la sua entrata in vigore e con i conseguenti provvedimenti successivi si poneva fine, come dir\u00e0 nel decennale della marcia su Roma Ermanno Amicucci, al \u201cregime di assoluta irresponsabilit\u00e0\u201d in cui era vissuta la stampa italiana.<\/p>\n<p>(da Giancarlo Tartaglia, Un secolo di giornalismo italiano. Storia della Federazione nazionale della stampa italiana 1887-1943, Mondadori Universit\u00e0)<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Bellunopress aderisce all&#8217;invito della Fnsi sulla &#8221;giornata del silenzio per la stampa italiana contro il ddl intercettazioni&#8221;. 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