Belluno, 24/10/2026 — C’è un filo rosso, anzi tricolore, che lega a distanza di oltre 122 anni la piazza di Belluno, la passione popolare e due aneddoti curiosi e irriverenti che vedono protagonisti, in circostanze storiche opposte ma con lo stesso spirito patriottico, animali e cittadini. A riscoprire e mettere nero su bianco questa chicca d’archivio è lo storico locale Armando Dal Pont, che dalle pagine del bollettino parrocchiale di Salce La Voce Amica del giugno 1986 ci restituisce uno spaccato affascinante della Belluno che fu.
Anno 1860: Il brio irriverente del cane “Garibaldi”
Siamo nel 1860, sotto la dominazione austriaca. A Belluno, dopo la messa festiva, la buona società usa passeggiare in quella che oggi è piazza dei Martiri, allora chiamata “piazza del Papa” in onore del bellunese Gregorio XVI (e in seguito “piazza Campitello” prima dei fatti del ’45).
È qui che si consuma il primo episodio, raccontato nelle memorie di Luigi Zacchi. Seduto al tavolino del Caffè Scopici (poi diventato Caffè Manin) c’è un gruppo di giovani ufficiali austriaci che sghignazza e provoca i passanti gridando ripetutamente: «Garibaldi, Garibaldi!». Lo fanno mentre applicano alla collana di un cane una grossa coccarda tricolore.
Il patriota locale Antonio Pagani-Cesa, non riuscendo più a contenere la rabbia, si alza e affronta a viso aperto i militari: «Avete forse raccolto quella coccarda sui campi di Palestro, di Magenta, o Solferino?». Gli ufficiali, spiazzati e forse ignari dell’ironia della lingua italiana, non colgono l’affronto.
La scena viene confermata anche dal diario di Antonio Maresio Bazolle: alla folla radunatasi, gli ufficiali imperiali-regi avrebbero risposto candidamente che non c’era alcun censurabile intento politico. Poco mancò che scoppiasse la rissa. Per evitare disordini, il tenente Giulio nob. de Hanstein e il suo cane “Garibaldi” furono prudentemente trasferiti altrove.
Anno 1982: La pecora “Italia” brinda al Caffè Manin
Facciamo un salto nel tempo di 122 anni. È la sera dell’11 luglio 1982: l’Italia ha appena battuto la Germania per 3 a 1, laureandosi campione del mondo di calcio per la terza volta. L’Italia intera esplode di gioia. Piazza dei Martiri diventa un porto franco dove sono tollerati schiamazzi di ogni tipo, con la gente che esulta, auto che suonano il clacson e l’urlo dei 4 cilindri a scarico libero per l’occasione, delle moto giapponesi. Una festa incontenibile. E proprio mentre si festeggia tra balli improvvisati e bagni nelle fontane, al Caffè Manin accade una scena surreale: c’è una pecora “vestita” in tricolore proveniente dalla frazione di Salce insieme al suo proprietario Mario De Bona. L’animale sta trangugiando un’ombra di rosso dopo che ha mangiato tutti i fiori ornamentali del lussuoso locale. E a coloro che commisero l’errore di scambiare la pecora per un cane venne chiesto: “Avete mai visto cani mangiare fiori?!”. Accortisi della razzia di fiori, il personale del Caffè Manin invita il padrone ad allontanarsi con la sua pecora.
Due epoche, un unico spirito
Due episodi lontani nel tempo ma uniti dallo stesso Dna: l’amore per il tricolore e la bandiera. Nel 1860 il patriottismo era lotta per l’unità e riscatto contro lo straniero invasore; nel 1982 lo sfogo si sposta legittimamente sui campi da calcio, in un’Italia repubblicana che cerca identità e gioia collettiva anche attraverso lo sport.
Come conclude ironicamente e poeticamente Armando Dal Pont nel suo saggio d’altri tempi, non resta che augurarsi che il tricolore continui a sventolare alto… magari sperando di festeggiare presto un nuovo titolo mondiale.



