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Specchi digitali, dall’altra parte non c’è nessuno: il 53% del traffico in rete non è umano e il 40% generato artificialmente da robot

Manipolazione di massa e sottomissione emotiva alimentati dalla rabbia

Hai mai avuto la sensazione, scorrendo la bacheca di un social network, di essere finito nel bel mezzo di un’arena infuocata, dove orde di utenti inferociti si scagliano contro tutto e tutti con una rabbia cieca, implacabile, quasi marziale? Prima di cedere all’impulso di replicare, di indignarvi o di sentirvi sopraffatti da un’ondata di pensiero ostile, fermatevi un istante. E ponetevi una domanda spietata quanto necessaria, sollevata con lucidità dalla giornalista Margherita Furlan nella sua recente inchiesta “Il fronte siamo noi”:

e se dall’altra parte, semplicemente, non ci fosse nessuno?

I numeri che emergono dal quadro tracciato dalla Furlan non lasciano spazio a comode illusioni o a distrazioni ottimistiche. Viviamo in un ecosistema digitale in cui la realtà è stata ampiamente usurpata dall’artificio. Secondo i dati Thales-Imperva, ben il 53% del traffico in rete non è umano, e un imponente 40% è direttamente generato da bot malevoli. Non stiamo parlando di una distopia futuribile, ma del panorama quotidiano in cui informiamo la nostra coscienza, formiamo le nostre opinioni e misuriamo il polso della società.

Ciò che muove questa gigantesca macchina non è la ricerca di un confronto o la volontà di convincere il cittadino della bontà di un’idea. L’obiettivo è ben più subdolo e pervasivo: farti credere che la pensino già tutti in un determinato modo, sfruttando la formidabile leva psicologica del conformismo e isolando il dissenso. La manipolazione di massa non punta alla conversione razionale, ma alla sottomissione emotiva. Il carburante che alimenta l’intero sistema è la rabbia.

L’inchiesta ci restituisce una mappa agghiacciante dei costi e dei metodi della fabbrica del consenso globale. Bastano poche centinaia di euro – circa 300 euro – perché un centro di ricerca NATO riesca ad acquistare ben 54.000 interazioni false. Con poche centinaia di dollari, un singolo ricercatore può assemblare autonomamente una macchina di disinformazione in grado di agire su scala industriale. Gli esempi si sprecano: dai sequestri a New York di 300 server e 100.000 SIM capaci di smistare 30 milioni di messaggi al minuto, all’uso spregiudicato di profili falsi da parte del Pentagono per screditare la campagna vaccinale cinese nelle Filippine, fino ai milioni investiti da governi esteri per fare pressione sui parlamenti occidentali. E persino l’economia delle piattaforme si regge su fondamenta opache, se consideriamo che – come rivelato da documenti interni di Reuters citati nel report – circa il 10% dei ricavi 2024 di Meta proveniva da inserzioni truffaldine.

E l’Italia? Non resta a guardare, ma spesso sceglie la strada della normalizzazione del controllo: tra disegni di legge sulla cosiddetta “guerra cognitiva” e programmi d’acquisto, da parte della Polizia postale, di software destinati alla creazione di profili falsi, lo Stato sembra muoversi non per arginare la manipolazione, ma per istituzionalizzarla.

Il vero campo di battaglia della modernità non si combatte più sui confini geografici, ma all’interno della nostra mente. I fabbricanti di illusioni sanno perfettamente che un individuo spaventato, polarizzato e in preda all’ira perde la capacità di analisi critica, trasformandosi in un docile ripetitore di slogan preconfezionati.

Di fronte a questa colonizzazione sistematica della percezione pubblica, l’antidoto non è la censura calata dall’alto – che spesso finisce per aggravare il male – ma un profondo esercizio di igiene mentale e civica. La prossima volta che un post vi farà ribollire il sangue nelle vene, provate a contare i profili senza volto, nati ieri, urlanti e monotematici che affollano la discussione. Riconoscere l’inganno artificiale è il primo, indispensabile passo per riappropriarsi della propria libertà di pensiero e spezzare la catena della manipolazione.