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Casa, lavoro e servizi, Bortoluzzi: «Le risorse ci sono. Ora basta studi, servono interventi»

Il vicepresidente di ATER Belluno, Massimo Bortoluzzi, chiede una collaborazione concreta tra enti: «Superiamo i campanilismi e i finanziamenti a pioggia. Recuperiamo abitazioni per chi vive e lavora qui e sosteniamo chi forma il personale necessario ai servizi»

«La provincia di Belluno ha bisogno di un progetto condiviso per la residenzialità. Servono abitazioni accessibili per chi vive e lavora qui, servizi per le famiglie e gli anziani, condizioni che permettano ai giovani di restare e a nuovi lavoratori di trasferirsi. Le risorse possono fare la differenza, ma dobbiamo concentrarle su interventi concreti, capaci di produrre benefici in tempi brevi».

Massimo Bortoluzzi, vicepresidente di ATER Belluno, collega la difficoltà di trovare casa alla carenza di personale, all’invecchiamento della popolazione e alla tenuta dei servizi.
Questioni che richiedono una collaborazione fattiva tra Provincia, Comuni, BIM, ATER, azienda sanitaria, strutture assistenziali e soggetti impegnati nella formazione.
«Dobbiamo mettere da parte i campanilismi e ragionare sull’intera provincia. Ogni ente ha competenze e strumenti che possono contribuire alla soluzione. Occorre metterli in relazione, scegliere le priorità e stabilire chi fa cosa, con quali risorse e in quali tempi».

«Dopo tre anni di studi bisogna accelerare»

Per Bortoluzzi è arrivato il momento di passare dalla ricognizione dei problemi alla realizzazione degli interventi.
«Sono tre anni che si studiano progetti sulla residenzialità. Ora occorre accelerare: servono decisioni, finanziamenti e cantieri. Le esigenze principali del territorio sono note.
Continuare a pagare approfondimenti che non si traducono in interventi significa sottrarre tempo e risorse alle risposte che le persone aspettano. Ulteriori studi e consulenze devono essere motivati da necessità precise e collegati direttamente all’attuazione dei progetti».

Il primo interlocutore è la Provincia, a partire dalle scelte di bilancio.

«La Provincia ha già nelle proprie casse circa 40 milioni di euro di arretrati destinati alle spese di investimento. Chiedo che una quota significativa venga programmata per la residenzialità, individuando gli interventi ammissibili e gli accordi necessari per
realizzarli».
Bortoluzzi richiama anche le dimensioni delle altre risorse del territorio: nella sua valutazione, oltre 30 milioni annui di entrate ordinarie provinciali, circa 15 milioni annui del BIM e circa 40 milioni annui dei Fondi di confine per il Bellunese, tra prima e seconda fascia.
«Sono canali diversi, con competenze, vincoli e impegni da rispettare. Non sono un’unica cassa liberamente utilizzabile. Ma serve una regia che individui quali quote possano concorrere a un programma pluriennale. Coordinando una parte di queste disponibilità possiamo dare alla risposta abitativa una dimensione adeguata».
La richiesta è rivolta direttamente ad Alberto Peterle, consigliere provinciale delegato sia al Bilancio sia alla Residenzialità.

«Avere entrambe le deleghe deve consentire di collegare i bisogni alle decisioni finanziarie.

A Peterle chiedo un programma operativo: quante risorse destinare, quali immobili recuperare, quanti alloggi rendere disponibili e con quali scadenze. Gli studi devono diventare scelte e cantieri. Non c’è più tempo per rinviare».
Casa, formazione e personale: aiutare e coordinare chi opera L’allarme sulla mancanza di operatori sociosanitari nelle strutture per anziani rende evidente il legame tra lavoro e abitazione.
«Bene i progetti per dare una casa al personale sanitario e bene l’impegno di chi organizza i corsi per formare nuovi OSS. Sono iniziative necessarie, che vanno aiutate e coordinate.
Chi forma il personale, chi assume, chi gestisce le strutture e chi rende disponibili gli alloggi deve poter lavorare all’interno di un percorso comune».

La formazione deve accompagnarsi alla possibilità di costruire una vita nel territorio.

«Dobbiamo sostenere le persone dalla qualificazione professionale fino all’inserimento lavorativo e abitativo. Se un operatore trova impiego ma non una casa sostenibile, rischiamo di perdere il risultato degli sforzi compiuti. Lo stesso vale per infermieri,
insegnanti, lavoratori delle imprese e giovani famiglie. Nessuno dei soggetti impegnati su questi fronti deve essere lasciato solo».
Le prospettive demografiche impongono inoltre di programmare l’assistenza e l’abitare per una popolazione sempre più anziana.
«Servono abitazioni accessibili, assistenza domiciliare, servizi vicini e strutture capaci di mantenere il personale. La politica della casa deve dialogare con quella sanitaria e sociale.
Una maggiore disponibilità di alloggi può aiutare a trattenere i lavoratori, insieme a retribuzioni e condizioni professionali adeguate».

ATER come strumento operativo, senza nuove strutture inutili

Lo strumento proposto da Bortoluzzi è ATER Belluno, attraverso convenzioni con Provincia, Comuni ed enti interessati.
«ATER possiede esperienza nel recupero e nella gestione del patrimonio abitativo.
Propongo di valorizzarla e rafforzarne la capacità di intervento, mettendo insieme immobili disponibili, fabbisogni e finanziamenti. Le convenzioni devono definire responsabilità, costi, destinatari e modalità di gestione, nel rispetto delle regole e delle diverse destinazioni degli alloggi».
«Anche due appartamenti sono importanti per chi potrà abitarli. Ma una politica provinciale deve avere continuità e obiettivi più ampi. ATER partecipa al bando per Feltre e anche ad altri progetti: questo impegno va sostenuto e collegato alle iniziative degli altri enti. L’intervento di Feltre non è ancora finanziato».
Bortoluzzi richiama anche il convegno di ottobre a Longarone, al quale è intervenuto il politologo Paolo Feltrin.
«Condivido il richiamo di Feltrin alla sperimentazione e alla necessità di superare la frammentazione dei piccoli interventi. Servono progetti capaci di funzionare e di essere replicati».
Quanto agli strumenti, Bortoluzzi esprime invece contrarietà all’ipotesi di costituire una società pubblico privata con funzioni immobiliari.
«Il rischio è creare un ulteriore carrozzone, con costi di funzionamento, procedure e responsabilità aggiuntive, per poi dover sostenere con risorse pubbliche le operazioni immobiliari. Prima di costituire una nuova società bisogna dimostrarne la necessità e il vantaggio rispetto al rafforzamento degli strumenti esistenti».
«Se il privato non recupera determinati fabbricati, dobbiamo capirne le ragioni: costi elevati, rendimenti insufficienti, domanda debole oppure canoni fuori dalla portata dei lavoratori. Una società mista non elimina queste difficoltà. Occorre sapere chi mette le risorse, chi assume i rischi e quale beneficio viene garantito alla collettività. La collaborazione con i privati può essere utile, purché legata a obiettivi pubblici precisi».

«Prendiamo esempio dall’Alto Adige»

La proposta riguarda anche il modello di sviluppo turistico.
«Guardiamo all’Alto Adige e prendiamo esempio dalle esperienze che possono funzionare nel Bellunese. Dobbiamo puntare su una ricettività organizzata capace di creare occupazione e ricchezza diffusa, coinvolgendo fornitori, artigiani, commercio, ristorazione e servizi locali».
Bortoluzzi invita a valutare la crescita delle seconde case rispetto agli effetti sulla vita delle comunità.
«Le abitazioni utilizzate soltanto per poche settimane all’anno non assicurano la stessa continuità economica e sociale. Rischiamo di avere case vuote nei periodi di bassa stagione mentre chi lavora qui non trova una sistemazione. Le politiche pubbliche devono sostenere una ricettività che generi valore e favorire il recupero delle abitazioni per i residenti e i
lavoratori. Questa è la formula sulla quale orientare gli investimenti».

I bandi devono aggiungere opportunità a un programma del territorio

Sul piano regionale per la casa da 50 milioni, Bortoluzzi chiede chiarezza sulle possibilità effettivamente accessibili alla provincia.
«Chiedo di chiarire quali immobili siano finanziabili e quali risorse siano effettivamente accessibili al Bellunese, affinché anche i territori montani possano trovare risposte adeguate ai propri fabbisogni abitativi».
«Partecipare ai bandi è giusto e ATER lo sta facendo. Ma non possiamo affidare l’intera strategia abitativa a procedure complesse e a esiti incerti. Possiamo avviare una programmazione territoriale alla quale i bandi aggiungano ulteriori possibilità. Le risorse locali devono permetterci di assumere iniziative e dare continuità agli interventi».

«Concentrare le risorse, prima che i paesi si svuotino»

La richiesta conclusiva è concentrare i finanziamenti su priorità condivise, evitando la distribuzione a pioggia.
«Tutte le risorse che possiamo programmare devono essere indirizzate a progetti concreti.
Frammentare i finanziamenti rischia di lasciare irrisolti i problemi. Per ogni intervento servono responsabilità chiare, tempi e benefici verificabili: alloggi recuperati, servizi mantenuti, persone messe nelle condizioni di restare».
La casa deve accompagnarsi a sanità, scuole, assistenza agli anziani, trasporti, collegamenti digitali e sostegno alle famiglie.
«Se mancano questi servizi, le persone se ne vanno. Ogni famiglia che lascia il territorio rende più difficile mantenere i servizi per chi rimane, alimentando un circolo che dobbiamo interrompere adesso».
«Non possiamo ritrovarci domani con risorse da spendere e comunità ormai svuotate. I finanziamenti hanno valore quando diventano opportunità di vita per le persone. Alla Provincia e a tutti gli enti chiedo una collaborazione fattiva: mettiamo da parte i campanilismi e trasformiamo le risorse, in tempi rapidi, in case abitate e servizi che funzionano»