Il potere ha una paura ancestrale e viscerale di una sola cosa: del giudizio e della decisione dei cittadini. Quando si osserva l’evoluzione delle riforme elettorali nel nostro Paese, l’equazione è trasparente quanto cinica: le segreterie dei partiti vogliono conservare se stesse, blindando i confini di un fortino oligarchico dove l’accesso è interdetto a chiunque porti energie civiche nuove.
Le prove di questa chiusura corporativa sono sotto gli occhi di tutti. Basti pensare al recente passato in Veneto, dove liste civiche come Szumski-Resistere Veneto sono state costrette a scalare una montagna burocratica raccogliendo oltre 16.000 firme solo per poter competere alle regionali del 2025, mentre i partiti strutturati godevano di corsie preferenziali prive di sforzo. Ma la conferma definitiva arriva ora da Roma, con la riforma elettorale all’esame del Parlamento che quadruplica le sottoscrizioni necessarie per la presentazione delle liste, pretendendo l’immonda cifra di 450 mila firme su scala nazionale.
“Pretendere 450 mila firme significa erigere un muro insormontabile nei confronti dei cittadini, trasformando un diritto costituzionalmente garantito in un privilegio esclusivo degli apparati di partito.”
Questo non è un correttivo tecnico, né un tentativo di moralizzazione: è un vero e proprio sbarramento preventivo. Si tratta di un’arma letale pensata per soffocare sul nascere ogni forma di opposizione reale, ogni forza territoriale o civica che intenda rompere lo schema imposto dall’alto. E poi, con una faccia di bronzo che rasenta il ridicolo, gli stessi esponenti di questo sistema si lamentano dell’aumento vertiginoso dell’astensionismo.
Ci si lamenta che la gente non vada più a votare, ma si fa di tutto per svuotare il voto di ogni reale significato. Senza preferenze, con listini bloccati e candidature blindate a tavolino dalle segreterie. Al cittadino viene chiesto solo di ratificare decisioni già prese altrove da quattro leader chiusi nelle stanze romane. La democrazia rappresentativa è stata trasformata in una oligarchia per nomina.
Per spezzare questo circolo vizioso e restituire dignità alle istituzioni, servirebbe una misura dirompente, capace di rimettere i partiti con le spalle al muro: sarebbe magnifico (quando irrealizzabile), stabilire per legge che il numero dei parlamentari sia direttamente proporzionale alla percentuale dei votanti. Se la disaffezione spinge il 50% degli italiani a disertare le urne, allora si tagli del 50% il numero di deputati e senatori. Solo quando il costo politico della disaffezione ricadrà direttamente sui seggi dei partiti, la classe politica tornerà a interrogarsi su come riavvicinare i cittadini alla cosa pubblica, anziché blindarsi nei propri privilegi.
La lezione del Belgio: la democrazia cammina anche senza i manovratori
D’altronde, ci viene ripetuto ossessivamente che senza i partiti tradizionali e senza governi “forti” il Paese piomberebbe nel caos. Ma la realtà internazionale ci smentisce senza appello. Il Belgio ha dimostrato al mondo che uno Stato può proseguire la propria marcia anche in assenza di un esecutivo con pieni poteri per periodi record: 541 giorni tra il 2010 e il 2011, e oltre 600 giorni tra il 2018 e il 2020, gestendo l’ordinaria amministrazione tramite un governo di affari correnti.
Certo, i conti pubblici belgi non sono immuni da problemi, ma il Paese non è affatto crollato; l’economia ha continuato a marciare grazie a una solida struttura amministrativa e federale. Una prova lampante del fatto che la stabilità di una nazione riposa sulla vitalità della sua società e sulla solidità delle sue istituzioni amministrative, non sulla sopravvivenza di una casta politica autoreferenziale.
La tecnica legislativa piegata all’interesse contingente delle maggioranze di turno distrugge l’autorevolezza dello Stato. Difendere la libertà di partecipazione e pretendere regole eque non è una concessione tattica, ma l’unico argine rimasto per preservare l’essenza stessa della nostra Repubblica.



