L’ossessionante ripetersi delle lamentazioni verso chi viene ritenuto colpevole di aver dimenticato, trascurato la nostra realtà provinciale –come è avvenuto recentemente nella trasmissione “Meraviglie” di Alberto Angela riguardante le Dolomiti patrimonio Unesco- dovrebbe metterci di fronte-noi bellunesi- al nostro consolidato modo di essere incapaci eliminare questo stato di cose divenuto oramai storico. Da decenni, infatti,( con qualche breve intervallo costituito dall’attenzione messa in atto dal presidente Sergio Reolon) rimaniamo con le mani in mano, senza combinare assolutamente nulla per togliere questo blocco comunicativo. Diciamo pure che non si tratta di una operazione agevole, tuttavia possibile, incidendo profondamente nel nostro modo di essere e porci verso l’esterno. Certo non mancano i tentativi ma questi presentano un grave limite: non riescono a superare l’episodicità e una visione troppo legata al campanile cioè a piccole parti della nostra realtà che, sicuramente, vanno tenute presenti ma insieme ad un ambito complessivo che ci faccia conoscere ed apprezzare.
Entrando nel merito, anche con una certa brutalità, non possiamo in alcun modo tralasciare e, quindi, sottolineare come sia fortemente bigotto e stantio il nostro modo di illustrare, far vedere, valutare apertamente le nostre ricchezze, bellezze e capacità operative e, soprattutto, far emergere oltre ogni ipocrisia, le nostre eccellenze. Una osservazione da cincinnato, cioè fatta da lontano, con qualche incursione al centro ci fa affermare come a primeggiare siano da sempre discutibili e superati rappresentanti e modi di concepire la “costruzione” della facciata e i contenuti da mostrare e portare all’esterno. Questa facciata, inevitabilmente, non può che essere castrante e piena di paure, ritrosie tali da causare, tanto per fare un esempio, in chi cerca di capire la nostra provincia, una volontà di starsene alla lontana. Ad ogni buon conto le teorizzazioni, per quanto molto sintetiche, vanno bene ma è necessario proporre delle vie d’uscita. Dei metodi per cercare di andare oltre, una volta per tutte, a queste ataviche deficienze. Partendo dal presupposto di come nessuno possa avere la formula magica ma che ciascuno, andando oltre il proprio individualismo e le consolidate convenienze personali imperanti, possa quantomeno tentare di portare il proprio contributo.
Possiamo iniziare con Edward Burnett Tylor e le sue teorizzazioni sulla definizione di cultura. “Egli affermava come la cultura come un insieme di strumenti, tecniche, istituti sociali credenze, costumi, lingua; oggi si potrebbe dare una definizione più generale: l’insieme di tutta l’informazione non ereditaria e dei mezzi per la sua organizzazione e conservazione. Purtuttavia la cultura non è un deposito d’informazione. E’ un meccanismo organizzato in modo estremamente complesso, che conserva l’informazione, elaborando continuamente a tale scopo i procedimenti più vantaggiosi e compatti, ne riceve di nuova, codifica e decodifica i messaggi, li traduce da un sistema segnico in un altro. La cultura è il meccanismo duttile e complesso della conoscenza. Nello stesso tempo l’ambito della cultura è teatro di una battaglia ininterrotta, di continui scontri e conflitti sociali, storici e di altra natura”. Vi è da sostenere come dentro a questo assunto –anche complesso- vi si possano identificare delle linee di intervento da elaborare, costruire come una “infrastruttura culturale permanente”, ossia un luogo nel quale, perlomeno, si inizi a porre le basi del governo dei beni culturali ( è trascorso poco più di un anno dall’importante iniziativa denominata “Forum dei beni culturali” nel corso del quale i vari intervenuti illustrarono al Soprintendente Andrea Alberti, diversi aspetti delle nostro patrimonio: archeologico, architettonico, artistico e storico). Da lì è necessario ripartire senza paure di non poter essere liberi di muoversi, (motivo per il quale troppi amministratori tendono a tener lontani gli istituti di tutela) per dimostrare come si sia capaci di valorizzare le nostre ricchezze. E questo è un aspetto senza tralasciare il turismo e tutto quello che possa farci crescere e uscire dalla nostra autoemarginazione.
Eugenio Padovan
