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Obsolescenza programmata: l’onorevole D’Incà presenta un’interrogazione parlamentare

Federico D'Incà, deputato Movimento 5 Stelle
Federico D’Incà, deputato Movimento 5 Stelle

“Da tempo si discute della cosiddetta obsolescenza programmata – spiega il deputato Federico D’Incà del Movimento 5 Stelle – ovvero la pratica industriale in forza della quale un prodotto tecnologico di qualsiasi natura è deliberatamente progettato in modo da poter durare solo per un determinato periodo, al fine di imporne la sostituzione”.

I metodi con cui sarebbe attivato tale processo sono l’utilizzo di materiali di qualità inferiore o componenti facilmente deteriorabili o talvolta l’utilizzo di sistemi elettronici creati ad hoc. I costi di riparazione poi risultano superiori a quelli di acquisto di un nuovo modello. Recenti studi confermano come l’obsolescenza programmata non sia solo una sensazione, ma un fatto che comporta evidenti problemi a livello commerciale, nonché un enorme danno economico a carico dei cittadini e dell’intera collettività con costi stimati in parecchi miliardi di euro nell’arco di un anno.

Lo studio “Obsolescenza programmata, Analisi delle cause, Esempi concreti, Conseguenze negative, Manuale operativo” commissionato dal gruppo parlamentare tedesco Verdi-Bündnis realizzato da Stefan Schridde (esperto in gestione d’impresa) insieme con Christian Kreiss (docente di organizzazione aziendale all’università di Aalen), dimostrerebbe che questo fenomeno viene preventivamente studiato dalle case produttrici con lo scopo di incrementare le vendite: molti elettrodomestici e numerosi oggetti di uso quotidiano sarebbero programmati per rompersi velocemente dopo lo scadere del periodo di garanzia, di solito fissato in due anni. Detto studio si è concentrato sull’esame di oltre venti prodotti di uso comune cercando di verificare la sussistenza di fenomeni di obsolescenza programmata.

“Il nostro sistema economico ha bisogno di stimolare continuamente i bisogni dei consumatori affinché acquistino con ritmi sempre crescenti determinando così un sistema di consumi indotti” ribadisce D’Incà. Quando non è possibile indurre la sostituzione di un bene attraverso mode, pubblicità e strategie di marketing mirate, si fa in modo che sia il prodotto stesso a “scadere”, rompendosi e diventando inutilizzabile. Un sistema di consumo con una velocità di avvicendamento dei beni così elevata presenta due criticità fondamentali: l’utilizzo di una quantità enorme di risorse , energetiche, materiali ed economiche, e il bisogno di smaltire un altrettanto enorme quantità di rifiuti.

“A questo proposito – dichiara il parlamentare bellunese –  ho chiesto al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro dello Sviluppo economico e al Ministro dell’ambiente, tutela del territorio e del mare se intendano, ognuno nell’ambito delle rispettive competenze, introdurre normative specifiche per arginare la pratica dell’obsolescenza programmata”. In particolare per aumentare il periodo minimo di garanzia così come previsto dalla direttiva 99/44/CE, obbligare le aziende a fornire i ricambi necessari per un numero sufficiente di anni (almeno dieci anni) e rendere disponibili le eventuali istruzioni necessarie alla riparazione. Prevedere inoltre che la pratica dell’obsolescenza sia considerata come un reato di frode ai danni del consumatore perseguibile per legge, prevedendo sanzioni pecuniarie e detentive.

Nel frattempo la Francia è la prima nazione europea a prendere posizione sul fenomeno dell’obsolescenza programmata: a partire dal 22 luglio è entrata in vigore una legge che la vieta. Pianificare a tavolino la decadenza dei prodotti al fine di aumentarne il mercato è reato: è questo l’emendamento inserito nel testo della normativa sull’efficienza energetica approvata dal parlamento francese. I trasgressori saranno puniti con due anni di carcere e 300mila euro di multa.

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