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Un auspicio per l’anno nuovo * intervento di Tomaso Pettazzi

letteraSi dice che la nostra Provincia deve essere autonoma perché è interamente montana, confina con uno stato estero e con altri territori autonomi. Questa tesi viene proposta da anni da partiti, associazioni e movimenti; ma con quale convinzione? Sembra infatti che l’autonomia significhi solo disponibilità finanziarie, quasi fosse un bancomat. Questo semmai è il punto d’arrivo di un percorso che ha visto il riconoscimento di numerose peculiarità di una popolazione in un dato territorio, per molteplici motivazioni. Cammino che ha come logica conseguenza l’assunzione da parte di quella popolazione, con responsabilità ed onore, di competenze amministrative, giuridiche e  finanziarie. Competenze (si pensi a sanità, trasporti, viabilità, ambiente, demanio idrico, col correlato valore energetico, turismo e relativa partita Unesco, beni culturali, scuola, …) che non devono essere disperse in uno stuolo di enti frammentati, ma necessariamente essere assunte da un unico Organo che sovrintenda a tutto il territorio provinciale. L’autonomia, afferma giustamente il prof. Daniele Trabucco, “è tale non in virtù di un suo riconoscimento…ma come autolimitazione dello Stato”, in quanto l’autonomia di una Comunità  preesiste allo Stato (pensiamo per un attimo agli Statuti delle Regole cadorine).  “Essa, pertanto, richiede due presupposti: la consapevolezza della sua natura intrinsecamente antropologica (e storica) e una classe politica autorevole (nel significato che i romani attribuivano parlando delle qualità del princeps)”.

Ora è di fronte a tutti noi la realtà di un Consiglio provinciale “eletto” (si fa per dire) non in base alle evidenti peculiarità delle varie comunità territoriali, bensì a bassi calcoli politici spartitori, che del princeps non ha la minima parvenza.

Da parte loro le Associazioni di categoria proclamano la necessità autonomistica esclusivamente, anche se giustamente, in base a necessità economiche dovute alla concorrenza con le vicine province autonome. Analogamente i movimenti che da tempo pongono a base del loro scopo il raggiungimento dell’autonomia, sia essa da realizzare nella regione Veneto, come in una nuova entità alpina.

A tutti costoro sfugge purtroppo la base di partenza del progetto, che deve essere costruita su solide fondamenta storiche e culturali. La nostra Provincia ne è ricca in ogni sua componente. Lo splendido territorio si può sintetizzare nel termine Dolomiti, ora patrimonio Unesco dell’Umanità, per il quale differisce dal restante Veneto e si accosta a quelli trentino e sudtirolese; la sua ricchezza e rarità per flora e fauna sono riconosciute nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e nel Parco Regionale delle Dolomiti d’Ampezzo. La gastronomia bellunese: innumerevoli sono attualmente le sue specificità, da tutto il territorio provinciale. Essa è ricca di profumi e sapori, varia di prodotti e di ricette, anche per i rapporti sociali, economici e commerciali con le terre dell’Impero Asburgico e con la cultura alimentare mitteleuropea. Ciò era dovuto anche alla presenza nei secoli di molte vie di comunicazione transfrontaliere: l’attuale Strada Statale di Alemagna, inaugurata nel 1832, era l’ammodernamento della Via regia e della precedente antica Strata Allemannorum. La strada che dal Bellunese, attraverso l’Agordino e i passi Valles o San Pellegrino giungeva a Trento, anch’essa di origine romana, era in assoluto la più corta per giungere in Baviera; si pensi agli Ospizi che la affiancavano. Altrettanto antica, se non la più antica, forse di origine venetica, era la Strada del Patriarca, che dal Friuli, attraverso Cansiglio ed Alpago, si congiungeva con l’Alemegna, evitando la stretta di Serravalle. Più recente ma altrettanto affascinante è la “Strada dei cento giorni” ovvero il collegamento tra Trevigiano e Bellunese attraverso il San Boldo, realizzata verso la fine della Grande Guerra. Cito solamente la Claudia Augusta Altinate, nota a tutti, e concludo con “Via del Ferro” o “Via de la vena”, nelle Dolomiti, attraverso cui il minerale del ferro e i prodotti derivati, da Agordino e Zoldo, venivano condotti ai luoghi di lavorazione e commercio, a nord Valparola e Badia, a sud la Serenissima. La varietà linguistica poi è un nostro tratto caratteristico: oltre alla prevalente parlata veneta, nella parte sud, è presente la lingua ladina che  copre 39 Comuni in Alto Agordino, Cadore, Comelico, Zoldo e i tre Comuni “asburgici” di Cortina d’Ampezzo/Anpezo, Pieve di Livinallongo/Fodom e Colle Santa Lucia/Col. Vi sono poi una comunità tedescofila a Sappada/Plodn, ed infine una enclave cimbra nei Comuni di Tambre e Farra d’Alpago; Nel nostro territorio, dall’epoca longobarda addirittura, si può per alcuni riconoscere una  produzione poetico letteraria spontanea che ha il suo apice nella “Historia di Castel d’Ardo”; esiste poi una tradizione, orale e in parte scritta, relativa a fatti che contemporaneamente, in gran parte d’Europa, si tradussero in produzioni letterarie epiche. Mi riferisco ad esempio alle chansons de geste di Orlando in Francia; il Ritmo bellunese è riconducibile a quelle tradizioni: anche se sconosciuto ai più, ma degno di essere diffuso in tutte le nostre scuole, è una delle prime attestazioni dell’uso letterario del volgare in Italia.

Vi sono purtroppo delle criticità del tutto particolari: mi riferisco alla dislocazione del nostro territorio, che se da un lato ci permette di dire orgogliosamente che viviamo in una delle zone più belle e suggestive d’Italia, dall’altro lato evidenzia le motivazioni di base delle nostre problematiche. Sono la sua gracilità (cedimenti, frane, alluvioni, slavine, isolamento), le conseguenze sui trasporti, sulla sanità, sulla scuola, sul mantenimento dei servizi quali poste, banche, ferrovia, uffici pubblici. Ma la criticità maggiore, ed è un controsenso non solo in termini, si ritrova nella nostra principale industria, quella idroelettrica. Il monopolio dell’Enel (e prima Sade) in questo campo comporta una serie di fattori negativi per il territorio, dalle servitù del terreno al suo degrado, fino al deterioramento del tessuto turistico. Emigrazione: si emigrava dalle zone a nord perché il territorio era aspro e vi erano poche possibilità di mantenere la famiglia,  dalla Valbelluna e dal Feltrino per la prevalente situazione di mezzadria se non addirittura di quasi schiavitù nei confronti dei possidenti terrieri. A tutt’oggi la nostra provincia, con 45.771 iscritti, è la prima in Veneto per quel che riguarda l’incidenza del numero di soggetti registrati all’AIRE. Ciononostante la comunità Bellunese ha sempre espresso nel tempo personalità che hanno avuto ben chiaro il valore del nostro insediamento in un territorio unico e particolare ed il significato e l’importanza della vita associativa che ne scaturisce come naturale conseguenza. Questa realtà affonda le radici nei secoli: a partire da Caio Flavio Ostilio col suo motto sul sarcofago:“Vigila, vale, montium sempre memor”, attraverso il beato Bernardino da Feltre, Tiziano Vecellio, Tommaso Catullo, Augusto Murer, per giungere a Dino Buzzatti. Strettamente legati alla conformazione territoriale erano alcune attività: gli zater, i canopi, i ciodaròt, i carbonai, gli scalpellini, i tagliapietra, tutti riuniti nelle loro confraternite. Volontariato e solidarietà: l’asprezza del territorio, in gran parte montano, la difficoltà di comunicazioni tra le vallate, il rigore e la durata della stagione invernale, la frequenza di incendi nei paesi con abitazioni prevalentemente in legno hanno fatto sì che in tutto il Bellunese si strutturassero e consolidassero molteplici forme di mutualità, associazionismo e volontariato popolari in grado di portare aiuto in caso di necessità, che si perpetuano tuttora. Ma pensiamo anche positivamente alle nostre potenzialità di sostentamento: acqua, energia idroelettrica, foreste, industria manifatturiera votata all’estero.

Tutto quanto sopra citato ed altro ancora dovrà essere costantemente ricordato ai nostri concittadini, specie ai più giovani, che vivono in un mondo globalizzato che tende ad appiattire tutto in un unico melting pot che tritura le piccole patrie. Se ciò non avverrà, allora la speranza di raggiungere l’agognata Autonomia in base a gentili concessioni esterne e non alla fierezza del proprio passato e ad una cosciente determinazione, come trampolino per il futuro, non avrà possibilità di realizzazione. I mass media in particolare debbono sentire su di sé questo impegno.

Tomaso Pettazzi