Il 26 settembre 2009 a Belluno ci fu una manifestazione indetta dal Sindacato Confederale per presentare una piattaforma territoriale a sostegno dell’occupazione (già in forte crisi), per il rilancio dell’economia, per la salvaguardia della sanità e della scuola in montagna, per l’attenzione ai pensionati, per la difesa delle fabbriche.
Manifestazione all’invero non molto partecipata, forse perché si volle sfidare la capacità di impegno della gente bellunese e si svolse un sabato mattina. La crisi era già partita e ricordo le affermazioni : “da qualsiasi parte lo si guardi il futuro non sarà più come il passato, così come l’economia globale uscirà trasformata da questa crisi e quindi serve anche un salto culturale da parte di tutti, perché oggi tanti sperano di tornare come prima alla fine della crisi stessa e pochi pensano ad una riconversione che è necessaria proprio in questi momenti”.
Da più parti quella manifestazione fu ritenuta inutile, anzi dannosa.
A fronte di una necessaria azione globale da portare avanti tutti insieme con forza di volontà, superando le evidenti difficoltà, le diversità ideologiche o di provenienza, gli interessi di parte per uno sviluppo economico, sociale, culturale e umano che doveva essere restituito al nostro territorio, si preferì marciare divisi. Continuò la contrapposizione fra lavoratori e mondo dell’impresa e il territorio non riuscì a compiere quella che invece sarebbe stata vera “enterprise”: saper unirsi e creare sinergie, chiamando a raccolta anche altri soggetti presenti, a cominciare dal sistema bancario e finanziario, ma anche della politica che invece non è assolutamente stata capace di abbandonare lo scontro distruttivo, antagonista e mirato alla reciproca delegittimazione, per realizzare quel disegno unitario di cui il nostro territorio aveva bisogno.
Sono trascorsi quattro anni e mi pare si segua ancora la stessa strada: divisioni, delegittimazione reciproca (il tema dell’autonomia ne è un significativo esempio), la politica bada solo a salvare sé stessa, le risorse economiche in mano ai grandi gruppi che hanno scarso interesse a difendere questo piccolo territorio. E si ripetono le manifestazioni di allora. Mentre nessuno crede alla necessità di ripensare ad occupazioni alternative a quelle dell’industria e a ricollocare i posti di lavoro mancanti nel manifatturiero in quelle alternative che il territorio e il prodotto del grande patrimonio boschivo di questa Provincia potrebbero offrire.
Certo per far questo servono risorse e per reperirle bisogna aver il coraggio anche di cambiare atteggiamento e non seguire i soliti percorsi, magari pretendendo elezioni provinciali subito e poi una conseguente autonomia/specificità identica a quella delle Province contermini della vicina Regione autonoma, che decisamente in questo momento – pur difficile – se la passano meglio di noi. Ma se ci attarderemo ancora in rituali vecchi e divisioni illogiche, continuando a dimostrare incapacità innovative per sfidare la crisi e per trovare soluzioni che effettivamente producano risultati reali, non potremo certamente sostenere di aver fatto tutto quello che era nelle nostre reali possibilità.
15 novembre 2013
Primo Torresin


