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La Cassazione conferma l’esilio al sindaco di Cortina d’Ampezzo

 

La decisione della Cassazione piove come un macigno sulle ultime speranze: il sindaco non rivedrà la sua casa di Cortina.

Il Sindaco della Regina delle Dolomiti, relegato in esilio da maggio per aver suggerito ad una dipendente di modificare un bando di gara nell’ottica di diminuirne il costo e ampliare il numero dei concorrenti, vede cadere l’ultimo grado di giudizio che poteva revocare la misura cautelare inflittagli il 24 aprile scorso con gli arresti domiciliari e mitigata dal Tribunale del Riesame di Venezia nel divieto di dimora.

“Non importa” dice il sindaco “che io sia incensurato, che nessuno, neppure la Procura, metta in dubbio la mia personale onestà, né che le misure da me suggerite andassero solo e unicamente nella direzione di aumentare la concorrenza e ridurre le spese di denaro pubblico. Non conta che il pericolo di reiterare il presunto reato sia venuta meno da mesi, da quando il Comune ha delegato i bandi alla Provincia né che questa Amministrazione premesse per affidare questa responsabilità a dei professionisti qualificati ben prima di qualsiasi inchiesta. Non importa che la misura cautelare inflittami non abbia precedenti nella storia repubblicana nemmeno per accuse molto più gravi di quelle che mi vengono mosse. Non importa neppure che lo stesso procuratore generale ieri abbia messo in discussione l’impianto dell’accusa e abbia lui stesso chiesto l’annullamento, sostenendo che non ci sono gli estremi per procedere ai sensi dell’art. 353-bis del codice penale. A nulla è valso tutto questo: il sistema giudiziario dello Stato ha mandato al confino un amministratore democraticamente eletto, onesto, incensurato e neppure approdato al primo stadio del dibattimento sulla base di una delazione malevola da parte di una dipendente non riconfermata al ruolo dirigenziale”.

“Ma la sconfitta più grave è quella patita da migliaia di sindaci i quali, d’ora in avanti, saranno ancora più ricattabili da qualsiasi burocrate scontento e da qualsiasi interesse economico. Su di loro peserà sempre più grave la minaccia di veder perseguita ogni loro decisione presa nell’esclusivo interesse del proprio territorio. Se suggerire modifiche ad un bando per risparmiare soldi pubblici è abuso d’ufficio, o pretendere che la Polizia Municipale si dedichi alla lotta all’abusivismo piuttosto che alle multe equivale a minacce a pubblico ufficiale, allora vuol dire che il ruolo dei Sindaci non ha più senso. Ma questo” continua il Sindaco “lo deciderà il processo che ho scelto d’affrontare rinunciando all’udienza preliminare e rifiutando qualsiasi altra via che non sia l’accertamento della verità. E’ una battaglia di civiltà, la ricerca di un precedente che stabilisca se la responsabilità, e quindi anche l’autorità, dipende dalla scelta delle persone o è ormai prerogativa dei burocrati. Come ha detto l’Anci Veneto quello che è successo a me può succedere e succede già a decine di altri Sindaci i cui colleghi saranno sempre più incentivati a non decidere più”.

Quello che ho fatto io, infatti, è quello di cui ogni giorno tutti i Sindaci dei piccoli e medi comuni si prendono la responsabilità di fare: decidere, interessarsi, cercare di influire per il bene della propria comunità. Per quel che mi riguarda, sto sacrificando molto della mia vita privata e della mia famiglia, ma ciononostante sono deciso e tenere duro e a sopportare anche questo peso per senso di responsabilità nei confronti del mio paese che non merita l’immobilismo di un ingiusto commissariamento.

 

 

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