HomeCronaca/PoliticaAttacco all’Europa: fuochi sparsi in Francia, Spagna, Italia

Attacco all’Europa: fuochi sparsi in Francia, Spagna, Italia

21/10/2026 – C’è un filo nero che in queste settimane sta attraversando i confini dell’Unione Europea, trasformando le piazze da Parigi a Tirana, passando per Madrid e le periferie italiane, in teatri a cielo aperto di un disagio profondo.

Perché tutto adesso? C’è una regia occulta per indebolire il vecchio continente?

Si direbbe che l’Europa stia subendo una convergenza inattesa di crisi strutturali, incapace com’è di metabolizzare le proprie stesse ferite. Eppure, ogni piazza ha la sua lingua e la sua ferita.

In Francia il fuoco covava sotto la cenere di scuole fatiscenti e si è rapidamente saldato contro le nuove manovre di austerità e il carovita.

In Albania la miccia si è accesa con la cosiddetta “Rivolta dei fenicotteri”: mesi di proteste contro la svendita del territorio e i megaprogetti turistici legati al genero di Trump, sfociati nella richiesta aperta di dimissioni per il governo di Edi Rama, stretto tra scandali di corruzione e pensioni ridotte all’osso.

In Spagna la spinta della protesta porta il nome insopportabile del caro-affitti e della speculazione immobiliare.

In Italia le legittime istanze giovanili sul diritto allo studio finiscono spesso fagocitate da una rabbia sociale sfilacciata e priva di bussole culturali. Mentre il dibattito pubblico si polarizza sui fenomeni di micro-devianza urbana, con leggi speciali, a offrire una vera forma di pressione politica e produttiva sono spesso i settori del lavoro autonomo e primario — agricoltori, pescatori, autotrasportatori — che dal Sud fanno sentire la propria voce pretendendo dignità senza ricorrere alla violenza, ma semplicemente ricordando al Paese quanto costa la loro assenza. Il quadro che emerge da questo mosaico di tensioni è impietoso.

L’ondata di malessere che scuote il continente probabilmente è il frutto avvelenato della miopia sociale: politiche d’immigrazione calate dall’alto e prive di reali percorsi d’integrazione, e una risposta geopolitica tutta sbilanciata sul riarmo. I vertici comunitari sembrano intenti a tamponare la deindustrializzazione riversando fiumi di denaro nell’industria della difesa, alimentando un gigantesco ingranaggio le cui ricadute strategiche ed economiche finiscono regolarmente per avvantaggiare altri attori globali, Stati Uniti in primis. Manca, tuttavia, una direzione politica. Le proteste attuali sono spesso grida d’allarme prive di una piattaforma programmatica capace di tradursi in alternativa di governo. E quando la politica abdica al suo ruolo di mediazione e ascolto, l’unica risposta che lo Stato sa mettere in campo è quella securitaria: più divise nelle metropoli, più controlli preventivi, l’ombra del chat control con il controllo degli algoritmi e il monitoraggio preventivo della cittadinanza. Si finisce così paradossalmente per invocare dai cittadini stessi l’accettazione di restrizioni delle libertà che la via democratica non riuscirebbe a far digerire.

Probabilmente la nostra è l’epoca che registra la più alta concentrazione di conflitti simultanei dal dopoguerra. La crisi energetica morde, i colossi extra-europei continuano a erodere la competitività del vecchio continente e la colossale macchina bellica messa in moto a Bruxelles rischia di scaricare i propri contraccolpi sul tessuto sociale interno. I governi sembrano preoccupati unicamente di stringere le redini del controllo prima che la situazione sfugga di mano. Di tutto questo, nei circuiti mainstream dell’informazione, si legge poco o nulla. La stampa continua a interpretare una funzione paternalistica e anestetizzante, ridotta a longa manus di spin doctor ossessionati unicamente dalla quiete sociale. Ma la polvere, sotto il tappeto dell’Europa dorata, ha smesso da tempo di starci.