HomeCronaca/PoliticaVetrine rotte e rabbia liquida: il conto salato del turbocapitalismo

Vetrine rotte e rabbia liquida: il conto salato del turbocapitalismo

Le immagini delle devastazioni che hanno infiammato le grandi città in Italia e in Francia non sono soltanto cronaca nera o il triste copione di una guerriglia urbana già vista. Guardando quei vetri infranti e quelle piazze a ferro e fuoco, a un primo sguardo il pensiero corre inevitabilmente agli anni Settanta, ai fantasmi della Strategia della tensione: infiltrati, disordini pilotati e il vecchio, cinico disegno di esasperare l’opinione pubblica per invocare leggi speciali e il pugno duro dello Stato.

Ma il mondo è cambiato, e fermarsi alle categorie del Novecento sarebbe un errore imperdonabile. La società si è trasformata, frammentata e incattivita. Oggi, per decifrare il fumo delle piazze, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia i veri nodi irrisolti del nostro tempo: i maranza, le seconde e terze generazioni, le discriminazioni sistemiche, il turbocapitalismo e la corsa sfrenata al profitto a ogni costo. E dobbiamo chiamare in causa le responsabilità della politica, da una sinistra neoliberista che ha smarrito la bussola sociale a una destra di governo prona alle logiche del mercato.

Il cortocircuito delle disuguaglianze e l’illusione del profitto

All’improvviso, oggi, sembrano tutti scandalizzati dal carovita e da un sistema economico elitario che drena ricchezza dai popoli per accumularla nelle mani di pochi miliardari. Eppure, i segnali di questo collasso sociale erano sotto gli occhi di tutti già da anni.

Le politiche economiche degli ultimi decenni hanno avallato la mercificazione totale: guerre finanziate a discapito della sanità pubblica e della scuola, e un’immigrazione tollerata non per accoglienza, ma come serbatoio di manodopera a basso costo utile solo ad abbassare i salari medi e a smantellare i diritti dei lavoratori.

In questo scenario di terra bruciata crescono i più giovani. Chi sono davvero i maranza? Ragazzi, spesso minorenni, cresciuti nel culto esclusivo del denaro. Vivono in un mondo dove la povertà è una colpa e il valore di una persona si misura in base alle griffe che indossa. I modelli di successo proposti dalla società contemporanea sono totalmente svuotati di etica: tutto è lecito pur di emergere, purché si faccia cassa e una bella vita.

Un regolamento di conti generazionale

Ma c’è un elemento ulteriore, che distingue questi ragazzi cresciuti ai margini delle periferie metropolitane. Molti di loro appartengono a famiglie originarie di terre che padri e nonni hanno dovuto abbandonare perché saccheggiate, colonizzate e depredate dall’Occidente. Pretendere che nutrano rispetto o gratitudine verso un sistema turbocapitalista che ha calpestato le loro radici è pura illusione.

Ecco perché le manifestazioni di piazza sono diventate il pretesto perfetto: spaccare le vetrine delle grandi multinazionali non è solo vandalismo, è un regolamento di conti generazionale. Un risentimento profondo, ereditato da generazioni di esclusi e alimentato da un rancore sordo contro i soprusi subiti. È un mix esplosivo che covava sotto la cenere ed è deflagrato.

Verso una società migliore o verso il baratro?

Se ci fossimo liberati per tempo dall’ideologia del profitto senza regole, oggi non ci troveremmo a contare i danni e a inseguire le emergenze. La verità è che, pur di sconfiggere le vecchie ideologie, l’Occidente ha spalancato le porte a un capitalismo selvaggio capace di piegare gli Stati sovrani ai propri interessi.

I maranza e la violenza delle piazze non sono un corpo estraneo, ma il sintomo acuto di una malattia sociale che avevamo previsto ma scelto di ignorare. Finché continueremo a considerare la diseguaglianza un effetto collaterale tollerabile, le piazze continueranno a bruciare. E la risposta non potrà mai essere solo l’ordine pubblico, ma una radicale ridiscussione delle regole del gioco economico e sociale.