Dai drammatici segnali dei ghiacciai alle strategie di tutela idrica di Belluno, fino al progetto di Cortina per congelare il permafrost: quando la montagna diventa il motore culturale e tecnologico del futuro
Belluno, 27 agosto 2026 – La montagna non è più soltanto il rifugio silenzioso della contemplazione, la meta romantica degli escursionisti o il palcoscenico della grande tradizione sportiva. Oggi è diventata il fronte avanzato e più sensibile della crisi climatica globale, ma al tempo stesso un laboratorio straordinario di intelligenza tecnologica, ingegneria d’avanguardia e resilienza culturale.
Mentre in pianura gli effetti del riscaldamento globale si misurano nelle ondate di calore urbano, sulle grandi catene montuose la trasformazione è drammatica, visibile e accelerata. Lo dimostra la cronaca recente. Il 26 agosto 2026, un gigantesco collasso glaciale tra il Nepal e il Tibet ha scatenato un’alluvione lampo devastante, causando almeno 165 vittime e oltre 1.300 dispersi. Un evento estremo che richiama tragicamente l’attenzione sulla fragilità delle terre alte di tutto il pianeta e sulla pressione esercitata dall’aumento delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera.
Il vero campanello d’allarme, rimasto troppo spesso inascoltato, risale alla COP di Parigi del 2015, quando i governi di tutto il mondo siglarono l’impegno storico a mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto della soglia critica di 1,5°C. Una soglia che, drammaticamente, abbiamo già raggiunto quest’anno. Oltre questo limite si apre il baratro dello scioglimento del permafrost, il cemento sotterraneo delle montagne: un processo che rischia di liberare in atmosfera una quantità di CO2 doppia rispetto a quella attualmente presente, spingendo la concentrazione globale fino a circa 1.200 ppm e innescando un circolo vizioso climatico senza ritorno.

In questo scenario di profonda incertezza, la risposta non può ridursi alla gestione delle emergenze, ma deve fondarsi su programmazione, monitoraggio scientifico e innovazione tecnologica. Un cambio di passo culturale e politico emerso con forza anche in Italia, a partire da territori simbolo come le Dolomiti.
Lo scorso 9 maggio, la sala degli Stemmi del Municipio di Feltre ha ospitato il convegno “Il cambiamento climatico e l’impatto sul ciclo dell’acqua in territorio montano”, promosso dal Centro Studi Bellunese. Davanti a una platea che comprendeva amministratori, tecnici e i giovani dell’Istituto agrario ‘Della Lucia’ e del Liceo delle Scienze umane di Feltre, il presidente del Centro Studi, Giovanni Piccoli, ha sottolineato la necessità urgente di tradurre i dati scientifici in scelte di pianificazione concreta.
I dati presentati da ARPAV delineano una tendenza inequivocabile. Stefano Micheletti ha evidenziato come, nel trentennio 1996-2025, il trend delle temperature medie annue in Veneto registri un aumento costante e statisticamente significativo di +0,6 °C ogni dieci anni, alimentato da una concentrazione di CO2 che a marzo 2026 ha toccato i 433,59 ppm. Un riscaldamento che, come spiegato da Francesco Domenichini, sta stravolgendo il regime nivometrico: tra le Dolomiti e le Prealpi, il deficit di precipitazione nevosa ha raggiunto il 30 percento, riducendo lo spessore medio della neve a livelli minimi storici e accelerandone la fusione precoce.
La provincia di Belluno si conferma così una vera e propria “torre dell’acqua” strategica per l’intera pianura veneta, con un effetto a catena che si ripercuote sull’energia idroelettrica, sull’agricoltura, sul turismo e sulla disponibilità di acqua potabile. Di fronte a questa vulnerabilità, la risposta passa per la programmazione infrastrutturale illustrata dal direttore del Consiglio di Bacino Dolomiti Bellunesi, Giuseppe Romanello, che spinge verso investimenti mirati alla riduzione delle perdite, alle interconnessioni e al riuso delle acque reflue, in linea con le direttive europee di adattamento.
Ma la montagna non subisce soltanto i cambiamenti climatici: impara a fronteggiarli inventando il futuro. A Cortina d’Ampezzo, la stazione di monte della seggiovia di Ra Valles è diventata il teatro di una sperimentazione ingegneristica d’avanguardia: il progetto “Rescue permafrost”.
Ideato da un team multidisciplinare guidato dall’ingegner Mario Vascellari di Tofana Srl, insieme a esperti di geologia, termotecnica e mondo accademico, il progetto si muove su un paradosso virtuoso: se il sole è la principale causa del riscaldamento superficiale in alta quota, sarà ancora il sole a fornire l’energia per raffreddarlo. Sfruttando un ciclo frigorifero avanzato alimentato esclusivamente da un impianto fotovoltaico e geotermico a zero emissioni, il sistema trasferisce il calore lontano dal terreno ghiacciato, rallentandone lo scioglimento. Un esempio concreto di come l’ingegno umano e la tecnologia possano unire sport, conservazione ambientale e ricerca scientifica in quota.
La montagna, insomma, è un laboratorio di civiltà. Tra innovazioni ingegneristiche per salvare i ghiacci, strategie di gestione idrica lungimiranti e la riscoperta di una cultura della prevenzione che parte dalle scuole, le terre alte dimostrano che la sfida climatica non si vince con la rassegnazione, ma trasformando il limite in una straordinaria occasione di progresso.
Roberto De Nart



