HomeLettere OpinioniIl massacro di Le Mans: l'orrore nato nel silenzio delle sorelle Papin

Il massacro di Le Mans: l’orrore nato nel silenzio delle sorelle Papin

È il 2 febbraio 1933 quando la tranquilla cittadina francese di Le Mans viene sconvolta da uno dei delitti più feroci e inspiegabili della cronaca nera del Novecento. Al numero 41 (o 6, secondo le cronache dell’epoca) di Rue Bruyère, in una villa borghese impeccabile, si consuma l’omicidio di Madame Lancelin e di sua figlia per mano delle due domestiche di casa, le sorelle Christine e Léa Papin.

Le due sorelle lavoravano come tuttofare presso la famiglia dell’avvocato in pensione René Lancelin da circa sette anni, stimate dai padroni per la loro proverbiale riservatezza e obbedienza. Ma dietro quella facciata di perfetta normalità si celava un legame patologico e claustrofobico: Christine e Léa vivevano come “siamesi psicologiche”, chiuse in un isolamento totale, con la minore (Léa) completamente sottomessa e dominata dalla personalità totalizzante di Christine. Per la provincia pettegola erano le domestiche perfette, prive di vita sociale, senza uomini e senza distrazioni.

La sera del 2 febbraio, mentre le padrone di casa sono fuori per commissioni, nella villa salta la corrente elettrica a causa di un guasto al ferro da stiro. Al rientro anticipato di Madame Lancelin e della figlia, l’assenza di luce e la cena non pronta scatenano un aspro rimprovero.

È in quel momento che nella mente di Christine si spezza qualcosa. Anni di frustrazioni represse esplodono improvvisamente: Christine si avventa sulla padrona di casa cavandole gli occhi a mani nude, mentre Léa — mossa da un riflesso automatico e simbiotico — fa lo stesso con la figlia. L’aggressione degenera in un vero e proprio massacro compiuto con un martello e un coltello, lasciando i corpi orribilmente sfigurati.

Terminato l’orrore, le sorelle non cercano alcuna via di fuga. Senza mostrare panico, salgono in bagno, si lavano accuratamente il sangue di dosso, indossano i pigiami e si mettono a letto insieme sotto le coperte. Quando la polizia fa irruzione, allertata dal capofamiglia, trova una scena raccapricciante. Accanto alle coperte, alla domanda degli agenti, Christine risponde con gelida impassibilità: “abbiamo pulito tutto”.

Tra tribunali, psicoanalisi e cultura pop
Il processo, celebrato nel settembre del 1933, divise l’opinione pubblica e gli intellettuali:

Per la sinistra dell’epoca, il gesto rappresentava una forma di ribellione feroce del proletariato contro lo sfruttamento padronale.

Per i surrealisti (come André Breton, Paul Eluard e Jacques Lacan), le sorelle erano eroine di un istinto primordiale e libero.

Per gli psichiatri, si trattava di un evidente caso di delirio paranoico e follia a due.

Christine fu riconosciuta interamente colpevole e condannata alla ghigliottina pubblica, mentre a Léa furono inflitti otto anni di reclusione. La condanna a morte di Christine fu successivamente commutata in ergastolo dal presidente della Repubblica Albert Doumergue, ma la donna morì nel 1937, appena tre anni dopo, in un manicomio di Rennes tra continui deliri e il disperato tentativo di strapparsi nuovamente gli occhi. Léa scontò la sua pena ridotta e visse il resto della sua vita nell’ombra.

Nel corso dei decenni, questa storia maledetta ha continuato ad affascinare scrittori e cineasti: da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir fino alle opere teatrali di Jean Genet (Le cameriere) e ai numerosi adattamenti cinematografici, come Il buio nella mente di Claude Chabrol.