Dopo oltre mezzo secolo dalla sua scomparsa e dal clamoroso trionfo letterario, ripercorriamo la leggenda di Henri Charrière, l’uomo che trasformò la disperazione della Caienna in un inno immortale alla libertà
Cinquantotto anni fa, il 29 luglio del 1973 in una clinica di Madrid dopo un’operazione alla gola moriva Henri Charrière, lo scrittore francese, ex forzato, autore di «Papillon». Egli ha avuto soltanto quattro anni per godersi il successo che il destino gli aveva dato a ristoro dei tredici anni passati, innocente, nei penitenziari dell’Isola del Diavolo e di El Dorado.
La sua vita fu un romanzo d’avventura vissuto sulla propria pelle, marchiato a inchiostro sulla pelle stessa con il celebre tatuaggio di una farfalla sotto il collo — il papillon che dava il nome a una leggenda. Nato nel 1906 nel sud della Francia da genitori insegnanti, Henri Charrière conobbe presto la durezza e l’inquietudine. Dopo una parentesi nella Marina militare,
troncata con un gesto autoinflitto (si mozzò mezzo pollice) per liberarsi di un vincolo soffocante, la sua esistenza scivolò tra i bassifondi di Parigi, il rugby e la malavita minore.
La svolta tragica e implacabile arrivò nella notte del 26 marzo 1930: un macellaio fu ferito a morte e, prima di spirare, fece il nome di un certo “Papillon Roger”. Henri fu arrestato, si dichiarò sempre fermamente innocente, ma il 28 ottobre 1931 la Corte d’Assise di Parigi lo condannò ai lavori forzati a vita. Fu deportato nel famigerato bagno penale della Guyana Francese, la Caienna, un inferno tropicale dove le celle si allagavano con l’alta marea e i detenuti dividevano lo spazio angusto con topi e insetti voraci, sottomessi alla brutalità gratuita dei secondini.
In quel microcosmo di disperazione e deprivazione sensoriale, dove ogni contatto umano era bandito e l’isolamento minacciava la sanità mentale, Charrière prese una decisione irremovibile:
dichiarare guerra al sistema penitenziario. Per lui, evadere non era soltanto un modo per riconquistare la superficie, ma l’unico imperativo morale capace di impedirgli di impazzire. Era animato dalla profonda convinzione che “chi ha sbagliato, ha pur sempre diritto a sperare di rifarsi una vita”.
Nove tentativi di fuga in tredici anni. Mesi trascorsi in isolamento fingendo la demenza per farsi trasferire in manicomio, fughe rocambolesche, ricattato dalla guerra e infine il leggendario salto nell’oceano dalla scogliera dell’Isola del Diavolo, aggrappato a sacchi pieni di noci di cocco. Riuscì a raggiungere il Venezuela, dove trovò rifugio, sposò Rita Alcover, divenne cittadino venezuelano e aprì un night club a Caracas.
“Essere liberi vuol dire saper dire «no» ed io lo so fare. Ma credo che in generale siamo prigionieri dei nostri modelli, di ciò che vogliamo essere. Per essere liberi bisogna conoscersi profondamente e partire da lì.” (HENRI CHARRIÈRE, INTERVISTA AL CORRIERE D’INFORMAZIONE, 1970)
Dalla Caienna ai salotti di Parigi: il trionfo e le polemiche
Nel 1967 un terremoto distrusse il suo locale a Caracas. Charrière lesse in quel cataclisma un segno del destino e decise di mettere nero su bianco le sue memorie. Il libro, intitolato semplicemente Papillon, divenne un successo planetario fulminante, vendendo oltre dieci milioni di copie e venendo tradotto in tutto il mondo.
Il 28 ottobre 1970, la giustizia francese sembrò quasi inchinarsi di fronte alla gloria letteraria: il ministro della Giustizia René Pleven concesse ad Henri la grazia, cancellando gli effetti della condanna del ’31 e permettendogli di rientrare liberamente a Parigi. L’ex-forzato, trasformatosi in un beniamino del tout Paris, conteso dai salotti mondani e celebrato come un eroe moderno, non smise mai di denunciare la crudeltà disumana del sistema penale.
Nonostante le polemiche sulla veridicità di alcuni episodi e le accuse di plagio sollevate da alcuni ex-detenuti nel corso degli anni, l’opera di Charrière rimane un capolavoro insostituibile: non la biografia isolata di un uomo, ma una potente narrazione collettiva dell’universo concentrazionario, una denuncia inappellabile contro l’esclusione sociale e la barbarie della
pena.
Henri Charrière non fece in tempo a vedere sul grande schermo il celebre Papillon, adattamento cinematografico interpretato da Steve McQueen.



