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ZES a Belluno: tra giustizia territoriale e il labirinto dell’autonomia

Belluno, 15/07/2026 – La richiesta avanzata dal movimento BARD – Belluno Autonoma Regione Dolomiti – di istituire una Zona Economica Speciale (ZES) nella provincia di Belluno accende nuovamente i riflettori su uno dei nodi più complessi dell’economia veneta: la competitività dei territori montani in un contesto nazionale ed europeo caratterizzato da disparità strutturali.

Il presidente Andrea Bona parla di «concorrenza ad armi pari», sottolineando come l’isolamento geografico e la vicinanza con province a statuto speciale (Trento e Bolzano) e con stati esteri (Austria) creino un divario difficile da colmare con le sole leve ordinarie. L’idea di una ZES non viene presentata come un privilegio, ma come un correttivo necessario per arginare lo spopolamento e favorire la tenuta del tessuto industriale.

La proposta, rivolta in particolare al senatore Luca De Carlo, si inserisce in un solco storico tormentato. Se, da un lato, il 2024 ha segnato l’approdo dell’autonomia differenziata come legge dello Stato, dall’altro, lo strumento delle ZES ha avuto in Italia un’evoluzione tutt’altro che lineare. Nato originariamente per il Mezzogiorno, lo strumento delle ZES ha visto il Veneto impegnato in anni di negoziazioni per estenderne i benefici, finendo per ripiegare, per necessità, sul modello delle Zone Logistiche Semplificate (ZLS), come quella di Venezia-Rovigo.

Il punto critico su cui occorre riflettere è l’efficacia reale dello strumento in un contesto di alta montagna. Se la ZES garantisce, come afferma il BARD, sburocratizzazione e incentivi fiscali, resta da chiedersi se l’applicazione di un modello pensato originariamente per poli logistici e portuali sia pienamente compatibile con le dinamiche frammentate e diffuse dell’economia bellunese.

Inoltre, la richiesta di una “ZES Bellunese” si scontra con una realtà politica complessa: il Veneto ha già investito enormi energie (e oltre 30 anni di dibattito) sul fronte dell’autonomia differenziata. Sostenere una ZES specifica per una provincia potrebbe, paradossalmente, essere interpretato come un’ammissione di fallimento dei macro-progetti regionali, o viceversa, come un necessario intervento chirurgico su un territorio che non può più aspettare i tempi lunghi della burocrazia statale.

L’appello alla collaborazione politica è chiaro, ma la sfida è ora capire se il Governo vedrà in questa proposta un tassello fondamentale per la coesione territoriale o l’ennesima richiesta di deroga che rischia di complicare ulteriormente il quadro fiscale nazionale. La questione non è più se Belluno meriti attenzione, ma se lo strumento ZES sia la “bacchetta magica” corretta o se non serva, invece, una politica montana integrata che superi la logica delle singole zone speciali, guardando a una visione strategica d’insieme.

Il tavolo di lavoro richiesto dal BARD non è solo una necessità economica, ma un test di efficacia per la politica bellunese: la capacità di trasformare una rivendicazione territoriale in una proposta normativa solida, capace di superare i veti e le contingenze che, da decenni, frenano il pieno sviluppo del potenziale dolomitico.

Il dibattito sulla ZES bellunese deve confrontarsi con tre variabili storiche e normative fondamentali:

  1. Evoluzione normativa: Lo strumento ZES è nato (D.L. 91/2017) con una finalità geografica specifica (Mezzogiorno). Il tentativo di estenderlo al Nord (la cosiddetta “ZES Nord”) è una battaglia politica costante, ma si scontra con una legislazione che, per il Veneto, ha finora privilegiato le ZLS (Zone Logistiche Semplificate).

  2. Il “paradosso dell’autonomia”: Dopo oltre 30 anni di attesa per l’autonomia, con il raggiungimento della legge nel 2024, il sistema economico veneto si trova in una fase di transizione. Chiedere oggi una ZES significa inserire una variabile “straordinaria” in un sistema che vorrebbe puntare sulla “differenziazione” ordinaria.

  3. Specificità montana: La competizione con Trento e Bolzano non è solo fiscale, ma deriva da un assetto istituzionale (lo Statuto Speciale) che è radicalmente diverso da quello che una ZES, per definizione, può offrire. La ZES è uno strumento temporaneo e di semplificazione; l’autonomia delle province limitrofe è una leva di autogoverno permanente.